Un pastore che ha cura perchè ha cuore

a cura di don Ignazio Pansini

La  pastorale di don Tonino, vescovo,  non è stata “verticistica”. Egli era il pastore che proponeva e indicava ideali alti, progetti arditi e itinerari talvolta difficili con la caratteristica del leader, eppure aveva la capacità di non perdere il contatto con il vissuto delle persone con cui si confrontava continuamente, ma non prima di essersi confrontato con la Parola. E la Parola non chiede ai figli di Dio – al di là del ruolo di servizio affidatogli – di rivestirsi delle vesti di impresario o di indossare l’abito del dirigente d’azienda o di ritenersi responsabile del marketing. Perché la Chiesa non è un’impresa che deve dar conto agli interessi di un titolare che cerca i profitti per il proprio benessere. Per quanto riguarda le attese di Dio, stando a certe suggestioni della Parola, pare che Egli rimproveri i suoi figli più per la loro incapacità a «farsi condurre» di quanto non li stimoli a «saper condurre» l’azienda. Diamo, pertanto, alla nostra azione pastorale il carattere dell’abbandono fiducioso, della semplicità interiore, della essenzialità propositiva, del tempo che finalmente si ferma!” (Scritti 1,336)

Come Gesù ha preferito percorrere le strade della Galilea anziché frequentare Gerusalemme per annunciare ai poveri la lieta novella, così don Tonino è convinto che “è la periferia il luogo dove le scelte (pastorali) si fanno evento” (Scritti 1,336), consapevole che la Storia della salvezza non è storia di vertici, ma è storia di periferia, disattendendo le attese degli uomini: Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?” (Gv.1,46).

Mons. Bello, fortemente segnato dalla sua esperienza di parroco, ha dedicato una particolare attenzione alle parrocchie che, assieme alle associazioni ecclesiali, “devono incarnare (fare diventare carne e sangue, cioè) le linee programmatiche delineate dal vescovo. Sono queste strutture di base che devono vestire di prassi concreta gli orientamenti proposti” (Scritti 1,336-337)

Don Tonino vede la parrocchia come “la prima e insostituibile forma di comunità ecclesiale” (CEI, Comunione e Comunità, n. 42), che non è fatta per autocostruirsi e autocontemplarsi: è fatta per «andare». Non per crogiolarsi nel cenacolismo, ma per aprirsi sul territorio intero. Non può rassegnarsi a celebrare l’Eucaristia senza tenere la porta aperta sulla pubblica piazza” (Scritti 1, 280).

La parrocchia, “accettando di stare dentro il fiume della storia non solo è il luogo dove risuona meglio la voce dell’uomo, ma soprattutto dove risuona la voce di Dio.  (…) Centrata sull’Eucarestia (…) deve tornare a essere lo strumento efficiente di una carità senza limiti, come senza limiti sono i bisogni dei parrocchiani, dei vicini, che sono pochi, dei lontani, che sono molti” (Scritti 1, 280), diventando “motore di spinta di tutta la vita pastorale” (Scritti 1,281).

La parrocchia in tal modo “si manifesta come il luogo privilegiato su cui evangelizzazione, santificazione e scelta degli ultimi si densificano, si raccordano e si incastrano” (Scritti 1,280).

Vivere la dimensione parrocchiale non vuol dire vivere in un confine che isola ed estranea le varie comunità parrocchiali tra loro. Gli stessi confini parrocchiali vengono da lui intesi non come orizzonti che delimitano un potere, ma come ponti che collegano con le altre realtà comunitarie e facilitano lo scambio” (Scritti 1,316).

 

Nella comunità parrocchiale, ritenuta soggetto di una azione pastorale organica, bisogna poter fare reale esperienza della comunione come riflesso della comunione trinitaria. Pertanto quel vescovo insiste su un nuovo modo di lavorare, all’interno della parrocchia e tra le differenti parrocchie, che implica il passaggio da una chiusura in se stessa, di autosufficienza, all’apertura e alla collaborazione con le altre comunità e finanche con le Istituzioni civili.

La Chiesa si pone rispetto al mondo politico, sindacale, economico, sociale, non nell’atteggiamento della contrapposizione o della sfida, o di chi sa fare le cose meglio, ma nell’atteggiamento del servizio.

Dico del servizio e non del servilismo. (…)

Vogliamo essere ministri della felicità della gente.

E là dove vediamo progetti validi, tesi a favorire la crescita globale dell’uomo e della sua città terrena, ce la metteremo tutta perché si realizzino tali progetti, senza troppo sottilizzare sul nome del progettista o sulle sigle del suo distintivo”  (Scritti 2,57)

 

Per vivere una reale comunione con le persone don Tonino non si lascia sfuggire le occasioni che gli diano la possibilità di essere presente tra la gente nelle comunità parrocchiali. Per lui farsi vicino alla gente significa sentire il respiro della gente, ascoltarne il profumo, coglierne i toni. Gli incontri in parrocchia con le persone, in mezzo alle quali godeva intrattenersi con l’animo del buon pastore, sono stati da lui vissuti come momenti di gioia, di ricarica spirituale e come esperienze di grazia condivisa.

Avvertendosi responsabile della crescita di quella particolare e intensa forma di comunione che dovrebbe caratterizzare la Chiesa, indica i mezzi più opportuni perché il cammino possa svilupparsi accrescendo e dando significato alla comunione, consapevole del rischio che da parte di alcuni possa esserci qualche tentativo di fuga solitaria dovuta ad eccesso di protagonismo. Ecco perché indica il fulcro intorno al quale creare e reggere l’unità, pur convinto della presenza delle multiformi manifestazioni dello Spirito: è ora, soprattutto, di metterci a costruire comunità cristiane autentiche che fioriscano attorno al ceppo della Parola e dell’Eucaristia, che si sentano permeate di carità missionaria, e che sperimentino vincoli normativi comuni” (Scritti 1,354).

La parrocchia non è una tana in cui rifugiarsi per sfuggire dal mondo, anzi, dovrebbe diventare un covo di eversivi, e per questo il Vescovo mette in guardia dal pericolo della sedentarietà, della ripetitività e del formalismo: La parrocchia non è il luogo dove i problemi dell’esistenza si stemperano, o vengono addormentati, o sono messi tra parentesi.

Essa, invece, deve diventare il quartier generale dove si elaborano i progetti per una migliore qualità della vita, dove la solidarietà viene sperimentata in termini planetari e non di campanile, dove si è disposti a pagar di persona il prezzo di ogni promozione umana, e dove le nostre piccole speranze di quaggiù vengono alimentate da quell’inesauribile riserva di speranze ultramondane di cui trabocca il Vangelo. La parrocchia, perciò, deve essere luogo pericoloso dove si fa «memoria eversiva» della Parola di Dio. È proprio questa l’immagine offerta dalla vostra comunità? Non succede, per caso, che piccole rivalità ne corrodano la tenuta evangelizzatrice, che schemi superati ne rallentino la missione, che i pericoli del formalismo ne offuschino la schiettezza?

Ecco, allora, il compito a casa che vi affido: fate in modo che la vostra parrocchia sia percepita, anche da chi non la frequenta, come fontana di speranza per tutto il territorio” (Scritti 3,265).

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