Un pastore che ha cura/2 – L’incontro con le comunità

a cura di don Ignazio Pansini

Sono interessanti le confidenze da lui riferite nelle lettere scritte a conclusione delle visite pastorali. Pur avendo dato passione e tempo per incontrare i parrocchiani, egli si rende conto di aver ricevuto più di quanto non abbia dato: “Dopo l’incontro con gli ammalati ero io che me ne andavo carico di luce e di speranza” (Scritti 3,269). Così come dichiara che quei volti incontrati e il tempo che ad essi è stato riservato per contemplarli, hanno prodotto più frutti di quanti non ne possa dare il tempo speso ad elaborare strategie a tavolino:“Mi è bastato stare ad ascoltare la gente nella vostra sacrestia, tutti i pomeriggi di quella settimana, per comprendere come una sola persona che ti sta davanti merita la stessa considerazione che si deve a tutto un popolo che viene a sentire le tue prediche” e “ho capito che la diocesi, più che dai suoi confini territoriali, è delineata dal profilo di un volto”, e “ho attenuato i miei ardori da grandi manovre, avendo capito che la storia della salvezza più che i registri della Curia predilige i perimetri delle case, più che sui carteggi delle scrivanie si disegna sui pianerottoli dei condomini, più che i linguaggi sfumati della festa parla i dialetti della ferialità, più che le panoramiche d’insieme sfiora i volti concreti delle persone” (Scritti 3,282).

Rivolgendosi ai parroci e ai fedeli, per tutti ha avuto parole di incoraggiamento, di sostegno, e di apprezzamento per il lavoro compiuto, senza tralasciare di aiutarli prospettando nuovi sentieri da percorrere, stimolando a nuovi impegni e a più alti traguardi: Ho notato lo sforzo generoso delle catechiste nell’annuncio della Parola, e ho scoperto quanto cuore e quanta sapienza ci mettono dentro. Ho gioito nel vedere come centinaia di ragazzi seguono puntualmente gli incontri di catechesi. Ho toccato con mano la buona volontà dei responsabili della Caritas parrocchiale, e mi sono commosso nel sentire i programmi con cui intendono dar corpo a forme nuove di solidarietà con i più poveri (Scritti 3,264), “ho scoperto nella vostra parrocchia un eccezionale fervore pastorale: catechisti generosi, animatori convinti, educatori preparati…” ed esprime soddisfazione per essersi “accorto che al vostro Consiglio Pastorale non manca né genialità, né spirito di iniziativa, né estrema praticità nell’affrontare i problemi comunitari. (Scritti 3,295)

La Chiesa è comunione, e allora l’invito ad alimentare la comunione è costante nei suoi messaggi, così come è costante l’invito a fare della Parola il metro di valutazione delle scelte e dei programmi: “Fate dell’altare l’asse portante per tutte le vostre scelte, personali e comunitarie. Coltivate, senza sperperi di facciata, una profonda spiritualità” (Scritti 3,265)

Felice per i frutti che le parrocchie offrono e per il prestigio che talvolta riscuotono all’interno del territorio, don Tonino non sottovaluta il rischio che qualche parrocchia possa fare del prestigio e dell’immagine un motivo di rilassamento o di autocompiacimento: “Siate l’anima di tutto il territorio. Non accontentatevi di voi stessi. Sentitevi fortemente solidali con quella porzione di mondo che dalla vostra parrocchia vi passa di striscio. Amatela, quella porzione di mondo:non giudicatela. Contagiate i più lontani con la trasparenza delle vostre scelte intonate alla logica del Vangelo. Fate cadere, mediante comportamenti più laici, il pregiudizio di chi è scettico e, magari, pensa che il cristianesimo è una partita che si gioca in sacrestia” (Scritti 3,273).

Il rischio di compiacersi nel guardarsi allo specchio è forte. Per questo bisogna saper guardare oltre lo specchio: “Non accontentatevi delle benemerenze acquisite sul campo, o del plauso che riscuotete all’interno del gruppo, o delle compensazioni affettive che l’orticello parrocchiale vi procura! Voi avete la responsabilità non solo di chi sta dentro, ma anche verso chi sta fuori! Vi incombe, perciò il compito missionario di svegliare il territorio che vi è stato affidato rispondendo in modo intelligente alle domande di senso che la gente vi pone” (Scritti 3,292).

Ben vengano le accattivanti attività e la vivacità organizzativa, ma non bisogna dimenticare che una comunità di cristiani si caratterizza per lo spazio che dà a Gesù. Di qui l’invito a polarizzarsi “attorno a Gesù Cristo. Non lasciatevi guidare dal desiderio di emergere eclissando gli altri. Adoperatevi perché nessuno soffra per causa vostra. Richiamate con amore coloro che, messi in ombra dal vostro protagonismo o vittime del loro carattere permaloso, si sono allontanati. Fate in modo che la gente trovi nei vostri comportamenti, sempre protesi alla comprensione e al perdono, la visualizzazione concreta di quella frase che spicca sul vostro Crocifisso: Charitas sine modo” (Scritti 3,295). Solo in Cristo c’è la salvezza e solo lasciandosi guidare dalla Sua Parola si potrà percorrere la strada che porta alla vita. “La luce, verso cui dovete muovervi è Gesù Cristo che vi chiama a conversione permanente. La strada che dovete preparare è quella contrassegnata dalle segnaletiche del Vangelo, e che conduce al Regno. La Chiesa che dovete edificare è quella della solidarietà con i poveri, del dialogo con i lontani, del perdono nei confronti dei nemici, della pace con tutti” ( Scritti 3,305).

Non dalle parole pronunciate e nemmeno dagli incensi profusi la gente di passaggio potrà cogliere la presenza di Cristo, ma da un agire segnato dal profumo sprigionato da Cristo, re della Pace: “Vi auguro che dalla vostra comunità si sprigioni un tale sapore di Vangelo, che ogni cieco di passaggio, poco importa se reso tale dalla sventura o dal disinganno o dal peccato, (…) fermandosi sui vostri limitari, possa dire: Il Signore, io non lo vedo, ma qui, in mezzo a voi, lo sento” (Scritti 3,280).

Secondo don Tonino, le parrocchie, vivendo l’impegno per ogni uomo e per tutto l’uomo, devono avvertire il dovere di “umanizzare il quartiere” il che “significa rendere cordiali i rapporti nei condomini, aiutare i processi di risoluzione del degrado morale in cui versa la gente, battersi perché vengano assicurate nella zona condizioni ambientali più dignitose, provocare l’impianto di servizi sociali più efficienti, alimentare la speranza in un mondo in cui i poveri possono diventare protagonisti di storia” e “soprattutto, aiutare tanti fratelli distratti, che vivono l’esperienza religiosa si e no a livello di corteccia, a riscoprire nel rapporto con Dio le radici della pace interiore” (Scritti 3,301).

Infine non appare inutile evidenziare una originale sollecitazione di don Tonino. Egli si attende che le parrocchie “concorrano”.

Il che significa due cose.

Prima di tutto che corrano. Si muovano, cioè, dalla loro situazione di ripetitività. Non si sentano appagate da ciò che hanno raggiunto. Vivano comunitariamente l’etica del pellegrinaggio. Si lascino mettere in discussione da quell’interlocutore esigente e mutevole che è il territorio.

In secondo luogo che corrano insieme. Assumano, cioè, le indicazioni programmatiche non come un «optional» convertibile con strategie personali sia pure più raffinate, ma come frecce stradali che tracciano «qui e ora» la topografia aggiornata del Regno. Non assolutizzino nessuno schema pastorale. Rifuggano dalla rivalità. Respingano le seduzioni della «briglia sciolta». E riducano volentieri lo straripamento delle proprie esuberanze, pur di rientrare in corsie convergenti che diano significato alla corsa di tutti” (Scritti 1,338)

Queste indicazioni da quel Vescovo offerte, questi progetti affidati alla sua comunità hanno trovato piena accoglienza?

Le nostre comunità parrocchiali, forse, devono ancora completare quei compiti a casa loro assegnati, per onorare pienamente e seriamente la memoria di quel pastore il quale, conclude una delle sue visite in una parrocchia, dicendo: “Avrei voglia di dirvi tante altre cose. Soprattutto vorrei trasmettervi una grande passione per Gesù Cristo e per la Chiesa, comunicarvi il mio tormento per le sofferenze della povera gente, dirvi la mia gioia per l’edificazione che mi date e farvi capire tutto il bene che vi voglio” (Scritti 3,308).

 

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