Tràdere o tradire?

a cura di don Ignazio Pansini

“Passata la festa gabbato lu santu”, recita un motto popolare. Certamente non sarà questa l’intenzione di chi ha voluto celebrare la particolare e fruttuosa presenza di don Tonino Bello nella sua funzione di Vescovo. La Chiesa di Alessano, nel cui grembo si è formato, e la Chiesa di Molfetta, tra le cui braccia si è realizzato, hanno fatto la loro parte. Anche le rispettive Città si sono prodigate perché una celebrazione divenisse evento. Ora, dopo tante celebrazioni, acquietata la nostra coscienza, saldato il debito di riconoscenza per quello che quell’uomo ha fatto, ne vogliamo parlare? Non è forse opportuno riflettere con la necessaria serenità e la dovuta obiettività su quanto egli ha fatto, su quanto quegli ha detto e, soprattutto, sul perché e per chi lo ha fatto? E c’è qualche ruolo e/o qualche responsabilità da parte dei suoi “estimatori” e di quanti sono intenti ad elogiarne la vita e le opere? Quanti oggi affermano di averlo conosciuto e condiviso i progetti e lo stile, oltre che parlare di lui hanno una responsabilità nel far rivivere di quell’uomo l’identità di battezzato, di prete e di vescovo. Occorrerebbe porsi, pertanto, la domanda circa le ragioni delle scelte da lui realizzate e vissute con determinate modalità e stile. Sarebbe necessario rileggere e rendere vive le proposte fatte da quell’uomo cogliendone, magari, la forza dirompente del suo annuncio profetico, reso infecondo dall’oblio e dalla disaffezione che è seguita alla sua sepoltura.

Ma – ci si chiede – i sogni e gli ideali di quel prete hanno trovato un terreno in cui far crescere le radici di quei semi o quelle radici si sono rinsecchite fin da subito perché non più innaffiate? Si è saputo e voluto perseguire l’immagine di Chiesa alla quale quel Vescovo aveva iniziato a dare forma? Ognuno dovrebbe sentirsi interpellato sul significato che don Tonino ha avuto per lui come singolo e come parte di una comunità. In virtù di questo occorrerebbe chiedersi in quale misura le parole ed i gesti posti da quel Vescovo che oggi tutti esaltano hanno segnato e contraddistinguono le scelte dei cittadini e dei credenti. Che significato hanno per il molfettese (e per il diocesano, ndr) gli inviti di quell’uomo salentino nell’indicare l’accoglienza come espressione di solidarietà umana verso i poveri e, se credenti, espressione di carità? La centralità che all’altro bisognerebbe dare – chiunque esso sia e qualsiasi provenienza abbia – ha trovato riscontro nelle scelte di chi oggi si dichiara “seguace” ed “amico” di don Tonino? Chi, passata la festa si sta impegnando perché “lu santu” non venga “gabbato”, facendosi carico dell’impegno di proseguire il cammino da quel vescovo iniziato al fine di indicare nell’umiltà, ovvero nella mancanza di arroganza e nella disponibilità all’ascolto ed all’accoglienza, il luogo in cui fare esperienza di Dio? Come ci si pone dinanzi alla lettura conciliare circa la povertà della Chiesa (cf.LG8), accolta e vissuta dal Servo di Dio che ha saputo mettere al centro dei suoi interessi i poveri vivendo la povertà? Grazie alla povertà quegli ha potuto vivere da uomo libero, facendosi servo e chiedendo alla sua comunità di intraprendere l’identico cammino.

Quel cammino, che vede la coniugazione della povertà e del servizio, è ancora rintracciabile sulle mappe più recenti che indicano le vie indicate dal Vangelo al fine di conseguire la libertà dei figli di Dio? Per raggiungere quella libertà (forti della Verità), quanti si dichiarano seguaci e ammiratori di don Tonino, dopo averne esaltato le virtù sono disposti, come egli ha fatto, a rinunciare ai segni del potere, a non andare a braccetto con i detentori del potere temporale, a saper parlare e agire senza compromessi e con Parresia? Che fine ha fatto la riflessione sulla giustizia, sulla pace, sulla convivialità delle differenze, sul servizio da rendere all’uomo, sulla comunione da testimoniare e alimentare? Sono ancora ricercate come “eu-topie” possibili, sia pure a costo di passione, o sono tuttora intese come irrealizzabili utopie? E che dire della riflessione sulla forza rivoluzionaria dell’Eucaristia e del servizio per l’uomo che da essa dovrebbe scaturire? E la stessa Chiesa – persone e strutture – è intesa come strumento o è proposta come fine? Nel parlare di don Tonino, dimenticando quelli che erano gli obiettivi che quegli perseguiva e le motivazioni che lo animavano, si rischia di esercitarsi solo in una mera attività accademica. Testimoniarlo, invece, dovrà significare dare senso e configurazione concreta alle scelte che quel vescovo aveva operato, alle priorità che avevano caratterizzato la sua azione pastorale.

Se non si prolunga la sua azione, se non si dà corpo al futuro da lui indicato, anche la più accattivante eloquenza rischia di diventare strumento di rimozione. Una rilettura dell’invito a vivere la comunione e dei mezzi attraverso i quali realizzarla è compito oggi affidato alla sua Chiesa. L’opzione preferenziale per gli ultimi (di tutte le classifiche e di tutte le stazze), per quelli senza voce e per quelli senza volto, è un compito che non potrà essere svilito riservando solo a don Tonino la capacità di attualizzarlo. È impegno di tutti. È impegno soprattutto della sua Chiesa. Senza sconti e senza scuse

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