Perché tutto questo? Perché in quel modo?

a cura di don Ignazio Pansini

Ci si è interrogati circa il perché quel prete salentino ha operato tali scelte e secondo quelle particolari modalità? E perché all’episcopio ha preferito la strada, ed all’onore di sé ha preferito l’onere di far riconoscere l’onore dell’altro, ponendosi al servizio degli altri? Si sono individuate le cause che hanno determinato quel particolare modo di essere uomo e prete? Le scelte di quel vescovo non sono state frutto di estemporaneità né il suo agire è stato motivato da esigenze di protagonismo. La Scrittura e il Magistero lo hanno guidato nelle scelte. Gli scritti dei Padri della Chiesa e l’approfondimento teologico lo hanno aiutato nella comprensione e stimolato nell’appropriarsi del frutto delle riflessioni. Le “conquiste” conciliari lo hanno sorretto e motivato. La fede autentica per il Dio che ha preso corpo in Gesù lo ha orientato nel continuo tentativo di incarnare il Vangelo in scelte coerenti e credibili di vita. Dalla riflessione sulla Trinità nasce in lui la scoperta delle dinamiche per tradurre in progetti operativi la comunione. Nell’amore appassionato per Gesù ha saputo cogliere la forza che non lo ha mai distanziato dall’uomo della strada e dai suoi bisogni. Fede, Speranza e Carità hanno puntellato il suo ministero. Lasciandosi sedurre da Dio ed abbandonandosi totalmente nelle sue mani, con la piena fiducia nella Sua provvidenza non si è mai sentito abbandonato, trovando nel Padre il suo rifugio, nella Parola la sua guida, nello Spirito la forza, nell’Eucaristia il suo sostegno. Il suo sguardo esprimeva fiducia e i suoi occhi erano una soglia attraverso la quale guardare al futuro con gioia e attraverso la quale far irrompere bagliori di futuro nell’oggi. La Carità ha assunto in lui la forma dell’accoglienza, della condivisione, del dono di sé, del perdono, riconoscendo il volto di Cristo nell’altro, chiunque esso fosse. L’amore per Dio congiunto necessariamente all’amore per l’opera delle Sue mani lo ha portato a “farsi i fatti degli altri” quando questi erano in difficoltà. Volendo servirci del suo lessico possiamo dire che la fede lo ha reso credente, la speranza ne ha fatto un segno credibile, l’amore ne ha rivelato un uomo creduto. “Con voi sono battezzato, per voi sono vescovo”, affermava S. Agostino. E don Tonino, sentendosi parte del popolo, membro di un unico corpo, mai ha rinnegato o disdegnato la sua identità popolana, né mai si è sottratto al suo ministero. Ha camminato in mezzo alla gente, evitando ogni forma di protagonismo e chiamando tutti a camminare insieme non per motivi di efficienza operativa, ma per essere Chiesa-corpo di Cristo. Al suo popolo aveva chiesto di porsi alla sequela di Cristo perché egli, avendolo già fatto come scelta personale, ne aveva già sperimentato la gioia. E quella stessa gioia voleva condividerla. Gesù è stato il suo maestro, Maria la sua compagna di strada, il poverello di Assisi il suo modello di vita. Le beatitudini, vissute e proposte da Gesù e da questi indicate come via della salvezza, ovvero della piena realizzazione umana, sono state da lui intese come luminosi segnali stradali che portano alla realizzazione della pienezza di sé. Per questo egli con la sua mitezza non creava barriere, con la sua umiltà sapeva cogliere e apprezzare la ricchezza presente in ciascuna persona, con la mansuetudine sapeva attendere e rispettare i tempi degli altri, la povertà come stile di vita nulla ha sottratto alla sua signorilità ed al suo ruolo, mettendo in gioco tutto se stesso si è fatto costruttore di pace denunciando quei progetti che contrastavano il piano di Dio. In Gesù incontrava il suo maestro, alla sua scuola sempre si è posto, con lui ha sempre dialogato. E le sue stesse scelte erano con Lui concordate. Dinanzi all’Eucarestia trascorreva il tempo della riflessione e solo dopo aver approfondito la Parola offriva il frutto della sua riflessione attraverso gli scritti, stilati in preghiera. La sua cappella privata non era un rifugio in cui nascondersi, ma un’officina nella quale elaborare progetti e programmi. Davanti al Tabernacolo, specchiandosi nell’uomo che aveva distrutto il potere della croce, nascevano le indicazioni per una chiesa libera dai vincoli dell’egoismo, audace nelle scelte e quindi capace di dare testimonianza al Risorto che dà la Sua pace perché la si porti al mondo. Avendolo accolto si è fatto obbediente al progetto di Dio impegnandosi nella realizzazione. Obbediente a Dio ed alla Chiesa, egli ha saputo sognare e far sognare indicando mondi e modi nuovi, anticipando il futuro. Negando ogni sorta di falsità e di ipocrisia lo stile di don Tonino era già di per sé un messaggio. E quello stile comunicava i contenuti: l’amore per Gesù e la fedeltà verso la Chiesa; la centralità dei poveri e la scelta della povertà come stile di vita. Le sue scelte avevano nelle Scritture un solido fondamento e nel Concilio Vaticano II le linee guida. Don Tonino non cita quasi mai il Concilio, ma le ricchezze dottrinali che a partire da esso si svilupperanno troveranno piena accoglienza da parte sua e saranno tutte presenti nelle sue indicazioni.

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