L’alba di un nuovo cammino

Mons. Luigi Martella (1)
Mons. Luigi Martella, vescovo diocesano (2000 – †2015)

Sono trascorsi tre lustri da quel meriggio luminoso, “quasi più fascinoso di un’alba”, del 20 aprile 1993, quando il Servo di Dio, don Tonino Bello, passava “all’altra riva”. “L’altare scomodo” del suo letto di sofferenza, dischiudeva le porte ai “cieli nuovi e terre nuove”.
Due giorni dopo un popolo numeroso di migliaia e migliaia di persone, provenienti da ogni parte d’Italia, si raccolse sulla banchina del porto di Molfetta, per dare l’estremo saluto al Pastore, all’uomo, all’amico. Possiamo dire che quel popolo, questa sera, è qui per ringraziare il Signore, per un dono, una vita, una testimonianza di profezia. Sì, quel popolo è qui, spiritualmente unito a noi, e accresciuto, perché col passare del tempo, gli ammiratori di don Tonino aumentano, diventano sempre più numerosi. Insieme facciamo viva memoria dell’amato Pastore. Il tempo non ne sbiadisce l’immagine, né affievolisce i ricordi, al contrario, rifulge maggiormente la qualità dei suoi gesti e delle sue parole. Egli è stato non un pastore di retroguardia, ma un pastore che ha aperto cammini e inventato strade; è stato davanti e in mezzo e non alle spalle. Non un pastore che ha pungolato, incalzato, rimproverato per farsi seguire, ma uno che ha preceduto: ha camminato attratto dal futuro e non dai “rimpianti”; ha sedotto con il suo andare; ha affascinato con il suo esempio.

Egli è stato come il passaggio di un vento gagliardo e, nello stesso tempo, carezzevole, che ha gonfiato le vele dando un impulso vigoroso per spingere a largo la barca; ha indicato le mete alte della vita; ha rappresentato il “duc in altum” evangelico, sollecitando la comunità cristiana ad aprirsi al mondo e ad andare in profondità, facendo riscoprire la bellezza della fede e la gioia di comunicarla. Ha fatto proprie le parole e lo spirito del Concilio Vaticano II: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (GS 1).

Proprio con questa attenzione e in questa prospettiva, don Tonino ha mobilitato le coscienze riportando all’ideale evangelico ricordato nel Vangelo odierno, e cioè riscoprire il volto di Gesù come “Via Verità e Vita” (Gv 14, 6). Egli era profondamente convinto che Gesù Cristo è la Via all’uomo, in sintonia con l’insegnamento di Giovanni Paolo II nella Redemptor hominis, lì dove il Papa afferma: «Gesù Cristo è la via principale della Chiesa. Egli stesso è la nostra via “alla casa del Padre”, ed è anche la via a ciascun uomo» (n.13). E proseguendo il Papa aggiunge: «…in ragione di quel mistero, (la Chiesa) non può rimanere insensibile a tutto ciò che serve al vero bene dell’uomo, così come non può rimanere indifferente a ciò che lo minaccia» (Ibid.).

Postulazione don Tonino image-post (5)Don Tonino da Pastore della Chiesa e per la Chiesa, da messaggero della Buona Notizia, trova qui un riferimento imprescindibile per il suo ministero. Lo fa capire da subito nell’omelia tenuta nel giorno del suo ingresso in questa amata Diocesi: «Messaggero che vieni da lontano quale notizia ci porti? La buona notizia fresca di giornata ma anche antica quanto l’eternità, è questa. Gesù è il Signore, il solo Signore, il solo Santo, il solo Altissimo, il solo Re della gloria, non ce n’è un altro. Egli è la “a” e la “z”, l’inizio e la fine, il principio di intelligibilità di tutto il creato, l’asse di convergenza di ogni realtà. In Lui precipita tutta la storia e le onde dell’universo si infrangono su di Lui». Proprio per questo, pensando al progetto pastorale diocesano, sprona tutta la comunità a procedere “Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi”.

Uomo radicato in Cristo, dunque, e Pastore vigile, preoccupato di condurre il gregge ai pascoli ubertosi della vita vera. Cristiano di genuina e limpidissima fede in Colui che ha detto, nel Santo Vangelo, appena ascoltato: «In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi» (Gv 14, 12). Queste opere più grandi sono «il molto frutto» che i tralci porteranno restando uniti alla vite (cf Gv 15, 8). Don Tonino ha fatto quello che ha fatto perché profondamente unito a Cristo nostra vite, e a Lui saldamente ancorato come a “pietra viva e angolare”.

Nella prima lettura di questa celebrazione eucaristica domenicale, tratta dagli Atti degli Apostoli, si racconta di una decisione importante dei Dodici, dato il numero di molto accresciuto dei discepoli del Signore. La decisione, cioè, di scegliere sette uomini di “buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza” che potessero dedicarsi al servizio della carità, riservandosi il compito della preghiera e della parola. «Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense». Ebbene, in don Tonino, c’è una sintesi armoniosa di queste tre dimensioni: preghiera, annuncio della Parola e servizio delle mense.
Egli era intriso innanzitutto di preghiera. Non solo perché trascorreva tanto tempo nella cappellina dell’episcopio, lì dove elaborava i suoi pensieri e le sue idee, ma anche perché si lasciava attraversare dallo Spirito, il quale gli suscitava inventiva, genialità, vibrazioni di fuoco e di amore e gli conferiva audacia e forza operativa.
Don Tonino era anche l’uomo della parola, una parola nuova non solo nei contenuti, peraltro sempre ispirati a eventi, personaggi e scritti biblici, ma “nuova” anche per la forza incisiva, per la freschezza, per l’efficacia, per l’unzione, per il trasporto, per la fecondità. Molti lo hanno conosciuto e ammirato proprio attraverso le sue parole scritte, senza averlo mai incontrato di persona.

Poi c’è “il servizio delle mense”. Questo aspetto lo caratterizza in maniera particolare. Il suo cuore si è reso attento e le sue mani si sono aperte ad una “charitas sine modo” verso gli ultimi. Poc’anzi abbiamo ricordato il progetto pastorale che egli ha affidato alla Diocesi: “Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi”. Quella degli “ultimi”, per don Tonino, non è una scelta pauperistica, ma una via concreta, non solo per imitare Gesù, ma anche per incontrarlo e servirlo, giacché Gesù si immedesima particolarmente in loro: «Ogni volta che avete fatto queste cose al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me» (cf Mt 25, 40).
A conclusione della sua prima enciclica Deus caritas est, Benedetto XVI invita a guardare “a coloro che hanno esercitato in modo esemplare la carità” (n. 40). Il Papa ne indica alcuni, poi aggiunge: «Ma nella storia della Chiesa quante altre testimonianze di carità possono essere citate!» (Ibid.). Noi possiamo aggiungere, senza esitazione, don Tonino, che prendendosi cura di tanti poveri ha richiamato e incarnato la figura evangelica del buon Samaritano. I suoi gesti e le sue parole hanno aiutato tanti a “varcare la soglia della speranza”. Lo ha fatto anche attraverso la sua sofferenza. Era un continuo via vai di gente durante i lunghi giorni di malattia, prima della sua fine terrena, e per tutti aveva una parola o uno sguardo di benevolenza e di speranza. Proprio come ha ben scritto Benedetto XVI, nella Spe salvi, quando, paradossalmente, indica la sofferenza come “luogo” della speranza. Dice, infatti, il Papa: «La sofferenza, i tormenti restano terribili e quasi insopportabili. Sorge, tuttavia, (proprio qui) la stella della speranza” (cf n. 37).

Appare luminosa la speranza soprattutto quando don Tonino, immaginando “i dolori dell’agonia” come “i travagli del parto”, si rivolge a Maria e prega così: «Santa Maria, donna dell’ultima ora, disponici al grande viaggio». Probabilmente egli pensava anche al suo viaggio verso l’eternità. Ecco perché quel meriggio di 15 anni fa, è e resta per noi un “tramonto più fascinoso di un’alba”, come lo ha definito Mons. Magrassi nell’omelia del commiato.
Carissimi fratelli e sorelle, l’alba di un nuovo cammino è già cominciata con l’inizio della fase diocesana del processo di Beatificazione di don Tonino, che a pieno titolo possiamo ormai chiamare Servo di Dio. Nutriamo la speranza che, in un giorno non troppo lontano, potremo invocarlo, venerarlo e contemplarlo tra i Beati “nella Casa del Padre” della quale ci ha parlato Gesù nel Vangelo di oggi.  Proprio per questo, d’ora in avanti osiamo pregare così:

Signore Gesù Cristo,
che hai dato alla Chiesa come Vescovo il Servo di Dio Antonio Bello,
intrepido annunciatore del Vangelo,
pastore ricco di sollecitudine apostolica,
amico dei poveri,
costruttore di pace,
ascolta le nostre preghiere:
fa’ che abbiamo sempre viva memoria
di una guida così luminosa;
aiutaci a raccogliere con generosità
l’eredità di una vita vissuta nell’amore,
nella semplicità, nell’autenticità
e nell’amabilità;
sostienici nel custodire il tesoro della
sue spinte ideali, aperte alla speranza.

Donaci la gioia di vederlo
tra coloro che la Chiesa addita
come testimoni esemplari
da imitare e venerare.
Il suo benefico influsso
avvertito come presenza viva e operante
continui a sostenere il cammino
della nostra Chiesa
e di quanti si rivolgono a lui
fiduciosi nelle sua intercessione.

A Te, Signore della vita,
la lode e l’onore nei secoli.
Amen.

di S.E. Mons. Luigi Martella, Vescovo di Molfetta – Ruvo – Giovinazzo – Terlizzi (20/05/2008)

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