La Trinità, modello anzichè mistero

a cura di don Ignazio Pansini

Dall’approccio, del tutto particolare, all’Eucarestia scaturisce l’altro grande pilastro attorno al quale si sviluppa tutto il cammino di don Tonino. Infatti se l’Eucaristia è il sacramento della comunione, ovvero il mezzo dato all’uomo perché dia concretezza e rinvigorisca la comunione che in essa è significata e pregustata, tale comunione è concretamente compresa nella sua dinamicità solo attraverso quella realtà che meglio la contiene ed esprime: la Trinità. La Trinità, che impropriamente chiamiamo “mistero” (perché non siamo in grado di coglierne appieno ed in maniera esaustiva le relazioni che si sviluppano al suo interno pur senza esaurirsi nell’interno) è il punto di riferimento e il motivo d’essere di ogni agire. In essa va ricercato il prototipo stesso della Chiesa e dell’uomo. Ad essa occorrerà necessariamente riferirsi se si vuole che la Chiesa realizzi se stessa e l’uomo abbia piena consapevolezza di sé e del suo ruolo. «Quello della Trinità non è una specie di teorema celeste, luogo per le esercitazioni accademiche dei teologi, ma è la sorgente da cui devono scaturire l’etica del contadino, la deontologia del medico, i doveri dei singoli, gli obblighi della comunità, delle istituzioni; e da cui devono scaturire le leggi del mercato, le linee portanti dell’economia e il cambio della valuta. (…) Tre persone che stanno insieme e sono uguali e sono distinte, che vivono in relazione, e non c’è subordinazione tra l’una e l’altra. (…) Sicché l’essenza della nostra vita etica e morale consiste nel tradurre in gesti feriali la contemplazione festiva del mistero trinitario, scoprendo in tutti gli uomini la dignità di persona, riconoscendo la loro fondamentale uguaglianza e rispettando i tratti caratteristici della loro distinzione». (Fino in cima, 66-69) Si comprende come la riflessione sulla Trinità non può essere intesa come puro evento accademico per cervelli sopraffini e per spiriti elevati. Il mistero della Trinità non appare neppure come elemento alienante capace di sottrarre l’uomo dalle dolorose vicende quotidiane per immergerlo in illusorie visioni celesti. Il filosofo tedesco E. Kant afferma che il mistero della Trinità è un mistero inutile per la vita concreta di ogni giorno, e se sottratto dai fondamenti della fede non se ne avvertirebbe il bisogno. La stessa cultura nichilista – oggi tanto diffusa nelle sue variegate espressioni concrete – nasce da un non riconoscimento della Trinità come luogo in cui ogni individuo trova l’origine di una sua personale identità. E in tal modo, con il nichilismo la storia dell’individuo è svuotata di consistenza, dal momento che viene annullata l’interrelazione e, con essa, la reciprocità. Con il nichilismo l’uomo si ritrova solo, non soltanto rispetto agli altri (perché con essi ogni rapporto è strumentale), ma anche solo con se stesso (perché non è più capace di cogliere la sua identità unica ed originaria). Nella Trinità l’uomo finalmente ritrova se stesso e la sua dignità, l’uomo ritrova la sua identità comunionale e la sua dignità di singolo. Contro la massificazione ideologica, il “Vangelo della Chiesa” richiama l’infinita dignità di ogni singola persona umana davanti a Dio e davanti agli uomini, indipendentemente dalla sua storia e dalle sue posizioni. Nel particolare e arricchente rapporto “Amante-Amato-Amore”, il mistero della Trinità si pone come modello e come reale riferimento per una vita degna di essere vissuta e rispondente alle vere e più profonde esigenze evangeliche (cf. Gv.15,12; 17,21). Nonostante queste premesse, ancora oggi i più ritengono che questo mistero della fede non abbia nulla a che vedere con i Turchi alle prese con la presenza conflittuale dei Curdi nel loro territorio. Se la gente comune non riesce a collegare questo mistero con il problema delle carceri in Libia o col problema della fame in tanti paesi di questo mondo per alcuni opulento, don Tonino non sembra essere in linea con questa mentalità diffusa e… frutto di approccio superficiale alla vita di fede. Egli scorge proprio nella Trinità la forza prorompente e il metodo rivoluzionario capace di dare risposta ai problemi dell’uomo. La Trinità – quadro di riferimento di ogni rapporto tra gli uomini – è la sorgente da cui devono scaturire l’etica del padrone di una fabbrica, il rispetto dell’ammalato da parte del medico, i doveri dei singoli, gli obblighi della comunità, la responsabilità delle istituzioni; e da cui devono scaturire le leggi del mercato, le linee portanti dell’economia e il cambio della valuta. La verità racchiusa nel mistero non è soltanto un elemento da contemplare, ma un codice al quale la Chiesa e la società, le istituzioni e le leggi devono rifarsi. «La Trinità non è quindi una verità tesa ad alimentare il nostro bisogno di cose sopraffini, di cose trascendenti. È una fonte normativa da cui attingere per le nostre scelte quotidiane». ( Scritti 6,295) Partendo da questa considerazione la riflessione di don Tonino si fa sempre più profonda e mai eterea. Nel 1992 così egli parlava, quasi sintetizzando e motivando l’impegno che aveva caratterizzato il suo percorso umano ed episcopale: «Nel cielo, più persone – tre, uguali e distinte – vivono a tal punto la comunione l’una per l’altra che formano un solo Dio. (…) La terra deve rispecchiare questo mistero che sta nel cielo. (…) L’esistenza della nostra vita etica consiste nel tradurre in gesti feriali la contemplazione festiva del mistero trinitario, scoprendo in tutti gli uomini la dignità della persona, riconoscendo la loro fondamentale uguaglianza, rispettando i tratti caratteristici della loro distinzione. Voglio fermarmi sul concetto di “persone uguali e distinte”. Dobbiamo scoprire in tutti gli uomini la dignità di persona. (…) Noi credenti, responsabili davanti alla storia e davanti al Signore, non abbiamo ancora tradotto queste esigenze radicali che ne dipartono. Il riconoscimento di queste esigenze dovrebbe significare, per noi, la ribellione davanti allo scempio che si fa sulle persone». (Scritti 6,295- 296) Uguaglianza, ma non senza distinzione. Distinzione, ma non contrapposizione. Differenza di ruoli, ma non graduatorie di dignità e di onori. Differenza di ruolo, ma senza mai approfittare del ruolo. Considerando queste premesse non può che apparire logico, e solo una conseguenza di tutto ciò, l’agire di don Tonino. Un agire caratterizzato dalla gratuità e dallo stupore dinanzi al volto dell’altro (cosa che ha portato chiunque lo ha incontrato a ritenere di aver vissuto una esperienza unica perché totale). Molti hanno accusato don Tonino di essersi ingerito in affari che non lo riguardavano, in problemi nei quali la Chiesa avrebbe dovuto tacere perché non di sua pertinenza. La risposta a questa accusa, apparentemente logica e pertinente, sta in una domanda: c’è un qualche problema umano che non debba essere avvertito come problema da parte della Chiesa? Un aiuto ci viene dal Concilio, che nella Costituzione Gaudium et Spes, al num. 1, così si esprime: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. E quel prete ugentino, che aveva accompagnato il suo Vescovo al Concilio, di ciò era più che convinto.

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