La speranza custodita nella tomba

mons-vito-angiuli-2Tutto ha inizio presso la tomba vuota di Gesù. Da lì la storia prende una svolta nuova e definitiva. La tomba vuota è il primo indizio della risurrezione di Cristo; segno oscuro e ambiguo, ma anche carico di una sconcertante novità. «Non è qui!», annunciano gli angeli; e il mistero si fa più sconcertante e incomprensibile. Mentre la notte avanza, aleggia nella città e nelle campagne una strana aria; ogni cosa è come sospesa nel vuoto e il sonno si fa ancora più affannoso e pesante. Di buon mattino (Gv 20,1), dall’interno della tomba, dal suo più segreto recesso, una voce melodiosa proclama ai quattro venti: «È risorto. Non è qui!». In molti avevano visto il luogo dove Giuseppe d’Arimatèa aveva deposto il corpo di Gesù: un orto non molto distante da Gerusalemme, dove si trovava «il sepolcro nuovo in cui nessuno era stato posto» (Gv 19, 41). Era sembrata la soluzione migliore.
Nessuno sospettava che quell’orto sarebbe diventato il nuovo giardino dell’Eden e che, proprio da quella tomba, la vita sarebbe ripresa a fiorire. E così, il luogo della deposizione si trasforma nella sorgente della resurrezione. Il posto della fine diventa il sito dell’inizio. L’ambiente destinato ai morti si trasfigura nell’habitat riservato ai vivi. La zona del silenzio si converte nell’area in cui si intona il canto nuovo. Il punto collocato fuori della città diviene il centro del mondo.
A partire da quel momento, da quella precisa Ora, profetizzata dalle Sacre Scritture, scocca il nuovo inizio del tempo. Il ritmo della creazione, che era rimasto sospeso per un periodo di tempo che era sembrato interminabile, riprende il movimento con un nuovo passo di danza. Un’alba nuova sorge all’orizzonte. La luce che non tramonta spunta a Oriente. È «primo giorno della settimana» (Gv 20,1). Si leva nel cielo un nuovo mattino e la voce celeste proclama: Cristo è veramente risorto!

«In Lui, – leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica – sorge un giorno di luce, eterno, che non si spegne più: la Pasqua mistica» (CCC 1165). E in quel giorno – canta un antico autore – brillano «i sacri raggi della luce di Cristo […]. Colui che è prima della stella del mattino e degli astri, Cristo, l’immortale, il grande, l’immenso, brilla su tutte le cose più del sole. Per questo, un grande, eterno, luminoso giorno senza tramonto si instaura tra noi […]: la Pasqua meravigliosa, prodigio della divina virtù, opera della sua potenza, vera festa, memoriale eterno, la nostra impossibilità di soffrire che deriva dalla sua passione, la nostra immortalità che scaturisce dalla sua morte, la nostra vita che sgorga dalla sua tomba, la nostra guarigione che è prodotta dalla sua piaga, la nostra risurrezione che proviene dalla sua caduta, la nostra risalita che è causata dalla sua discesa agli inferi. Così Dio compie grandi cose, così dall’impossibile egli opera prodigi, affinché si sappia che soltanto lui può fare tutto ciò che vuole» .

Gli amici dello Sposo, ancora increduli, si dirigono verso quella tomba. Si recano a vedere un fatto mai raccontato e a comprendere un avvenimento che mai avevano udito (cfr Is 52,15). Sgomenti, ripetono tra sé che forse è solo un sogno, una pia illusione. Forse è un desiderio del cuore o il materializzarsi di fantasie coltivate a lungo nell’immaginazione. Si sa: l’amore ha infinite risorse ed è capace di penetrare anche nella cupa penombra di una tomba e vedere ciò che non è presente, scambiando i miraggi per cose reali. L’amore ha la forza di rendere vivo ciò che ormai è avvizzito dal tempo; trasforma i sentimenti in realtà; annuncia improbabili novità. E, talvolta, si illude. Anzi desidera illudersi per sottrarsi al dolore insopportabile della triste realtà dei fatti.
Ha inizio così un pellegrinaggio ininterrotto e inarrestabile che dura ormai da secoli, e non accenna a passar di moda. I primi a recarsi al sepolcro sono una donna e due uomini. Viene Pietro, il pescatore di Betsaida, con il suo passo pesante e il fiato ansimante. Entra nella tomba, vede ma non comprende (cfr. Gv 6-7). Viene Giovanni, il discepolo amato, con gli occhi d’aquila e, davanti ai segni inequivocabili del fatto inaudito, «vede e crede»(cfr. Gv 20,8). Viene soprattutto la Maddalena, simbolo dell’umanità peccatrice, ma anche tipo della sposa innamorata. San Gregorio di Nissa, uno dei tre grandi Padri cappadoci, considera la Maddalena come l’antitipo di Eva, la nuova madre di tutti viventi! Per questo il giardino della tentazione dove Eva si allontana da Dio diventa il giardino della risurrezione dove la Maddalena, prima tra tutti i discepoli, vede e crede in Cristo risorto (cfr. Gv 20,11-18).  Sulla stessa linea di pensiero si muove san Giovanni della Croce quando, in pagine di un’intensa commozione mistica, considera la figura della Maddalena come il simbolo del cammino dell’anima nella Notte oscura.

Il commovente racconto evangelico contiene una felice allusione al nostro tempo. La corsa al sepolcro dei due apostoli e della Maddalena si ripete ancora oggi, proprio sotto i nostri occhi. E noi ne siamo i protagonisti. Sono, infatti, passati diciotto anni dalla morte di don Tonino. Ma il flusso di coloro che vengono a trovarlo non accenna a diminuire. Se mai aumenta. Vengono da ogni dove e con ogni mezzo. Percorrono strade diverse, ma il punto di approdo è sempre lo stesso: la tomba del Vescovo di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo, Terlizzi sita nel cimitero di Alessano.
Cosa cercano nel luogo dell’ultimo riposo e del silenzio, dove si ode solo il leggero soffio del vento che agitando i rami di ulivo compone un melodioso fruscio di foglie?
Non cercano facili soluzioni agli enormi problemi che agitano le contraddittorie vicende del mondo. Cercano solo la speranza, l’immortale speranza custodita in una tomba, come un prezioso tesoro in uno scrigno d’oro! Oh, sì, cercano la speranza che non delude e non illude. Non la speranza che sa accendere solo fuochi fatui, ma quella che annuncia cieli nuovi e terra nuova e spalanca orizzonti infiniti i cui confini si perdono nel lontano orizzonte. Sono anime assetate di una speranza che soddisfi la brama di giustizia e di pace e dia nuovo vigore alla promessa di un mondo nuovo.

Sono persone che vengono presso questa tomba a meditare sulle Sacre Scritture, a lasciarsi suggestionare dalle parole di fuoco del Vescovo, instancabile messaggero di pace e di amore ai poveri, a inseguire la speranza di Abramo: la speranza contro ogni speranza. Confidano nella fiduciosa attesa di Maria e si affidano alla Madre del bell’amore e della speranza perché sulla terra possa ricrearsi il paradiso perduto. Vengono anche i non credenti e i non praticanti, affascinati dalla forza del vangelo e dalla speranza radicata nella fede, carica di un’esplosiva e incontenibile energia che sprigiona una travolgente fantasia della carità.
Come nella scena evangelica, un folto gruppo di cercatori di Dio accorrono in questo cimitero e sostano in atteggiamento pensoso e orante, presso la tomba del Servo di Dio per carpire, una volta per tutte, il misterioso segreto della speranza che non muore: la speranza-bambina – secondo la felice immagine di Charles Peguy – che cammina tra le due sorelle più grandi, la fede e la carità, invincibile, sperduta e quasi invisibile tra le due sorelle maggiori. Ma è proprio lei a trascinare ogni cosa!
Così, quasi per incanto, sembra di sostare presso la tomba di Cristo, mentre si tratta della tua tomba, carissimo don Tonino:

E tu, Pastore dallo sguardo lungimirante,
Angelo di questa nostra amata terra,
che fai, immerso in un sonno vigile,
immobile nel tuo silenzioso giaciglio?

Sei volato in cielo con le tue possenti ali
caro amico, fratello e padre,
cristiano tutto d’un pezzo, uomo
fino in fondo, santo fino in cima!

Mentre noi siamo ancora qui,
nel nostro quotidiano smarrimento
con l’ala impigliata a rami frondosi,
incapaci di spiccare il volo insieme con te.

Siamo tuoi figli e fratelli,
il popolo che tu hai amato,
e dimoriamo in queste terre,
le tue, che non hai mai dimenticato.

Veniamo, pellegrini, presso la tua tomba,
per combattere la routine sonnolenta,
e attingere dal pozzo non l’acqua,
ma il vino nuovo della speranza messianica.

La tua tomba, caro Vescovo
che ami cingere i tuoi fianchi
con il grembiule del servo,
è diventata la meta preferita.

E tu, carissimo don Tonino,
te ne stai lì, nella tua nuova casa,
con il volto pensoso e sorridente
e, pazientemente, ascolti

le molteplici e insistenti domande,
che noi, disorientati viandanti
di una carovana che si allunga sempre di più,
ti rivolgiamo in modo accorato.

Cosa ne sarà di questo mondo,
dove è ancora versato il sangue di Abele
e nuovi emuli di Caino si aggirano cupi,
incuranti del pianto degli umili?

Quando verrà la vera giustizia
che da tempo è stata promessa
e con essa il mondo nuovo,
e la nuova creazione?

Quando il grido dei deboli
e degli oppressi trapasserà le nubi,
la verità germoglierà dalla terra
e la giustizia si affaccerà dal cielo?

Quando verrà il Regno di Dio
a trasformare l’arido deserto in giardino,
finché non spunti il fiore di narciso
e la palma dia frutti dolcissimi?

Nel fruscìo del vento udiamo la tua risposta:
Cari fratelli, il futuro è già alle porte,
vigilate nella notte, camminate
e cantate la forza della vita.

Seguite le orme del Signore Risorto,
che per voi spezza il pane e la divina parola
perché il cuore, tardo e indurito,
arda nuovamente e trasfiguri ogni cosa.

Non abbiate paura, non siete soli.
Il Maestro è con voi e manda il suo Spirito,
radiosa stella dalla scia luminosa,
che tutto rinnova con forza divina.

Povero tra ai poveri, mi aggiro tra voi.
Sono ancora qui. Guardate attentamente:
sono proprio lì davanti a voi,
soltanto pochi passi più in là
con la mano protesa verso l’orizzonte
a indicare la difficile rotta, le orme di Cristo,
che ho gioiosamente calcato prima di voi,
e che voi sospirate ardentemente di seguire.

È la via maestra, il difficile, ma unico
passaggio da questo mondo al Padre.
Non abbiate paura, Cristo è con voi!
Ed io – non dimenticatelo – vi voglio bene!».

Omelia pronunciata da Mons. Vito Angiuli, vescovo di Ugento-S. Maria di Leuca, ad Alessano il 26 aprile 2011

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