La passione del Buon Pastore

Omelia di Mons. Donato Negro per il IV anniversario della morte di don Tonino Bello

Carissimi,

nel brano del Vangelo di Giovanni che è risuonato in questa assemblea, Gesù ci parla del suo rapporto con noi con l’immagine del Buon Pastore: «lo sono il Buon Pastore». É venuto per farsi carico delle nostre necessità e condurci alla vita nella sua pienezza. Egli dimostra di essere il pastore autentico perché dà la sua vita per noi. Il suo impegno non ha limiti. Ci ama più della sua stessa vita, e da questo amore è guidata la cura che si prende di noi. Questo atteggiamento non è un capriccio passeggero. Dietro di esso c’è la volontà di Dio e la libera scelta di Gesù. Come ogni sua opera, anche il suo amore di Pastore deriva dal suo rapporto con Dio.

Bari, 13-05-2014. Convegno Chiesa povera e solidale per evangelizzare. Apertura dei lavori con Monsignor Donato Negro e Matteo Calabresi. Monsignor Donato Negro

Perché il ricordo di don Tonino è cosi vivo, così intimo, così spontaneo, così spronante, cosi elevante in mezzo a noi, senza distinzione di cultura, di ceto sociale? Perché a lui si rivolgono i cuori nelle ore di sofferenza? Perché tante persone si fermano oranti sulla sua tomba? Non certo per l’ampia cultura che lo contraddistinse, per la sua intelligenza viva e intuitiva. Una cosa ha impressionato gli uomini e le donne che lo hanno incontrato; essi si sono sentiti amare con tutto il cuore di uno che parlava con Dio e che Dio ascoltava, che Dio cercava. Il Dio di amore, il Dio di verità. il Dio di luce, è il principio unificatore della vita e dell’attività di don Tonino. Qualunque cosa abbia detto o fatto, qualunque persona abbia avvicinato, qualunque orientamento abbia preso, in ogni cosa lo ha guidato la ricerca del Signore e della sua volontà.

«Il tuo volto o Signore, io cerco». Era affascinato da quel volto «devastato dall’amore per l’uomo. La meta del suo cammino, dunque, il volto di Dio. Un volto descritto, accarezzato, desiderato negli ultimi giorni con accenti di nostalgia: «Il tuo volto, Signore, io cerco. fammi scorgere il tuo volto. La notte quando mi giro nel pianto notturno delle flebo o sui letti che sono sempre bollenti: il tuo volto».

Gesù buon Pastore ci rivela il vero volto di Dio, appassionato delle persone così come sono; un Dio che ama l’uomo, per piccolo e umile che sia. Un Dio che si fa compagno di viaggio di ciascuno di noi, condividendone la vita e adattandosi ai nostri bisogni con tanta attenzione e tenerezza. «Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come ii Padre conosce me e io conosco il Padre». Gesù ci conosce con le nostre storie. Ci conosce nell’intimo e ci ama.

La passione per il volto di Dio diventa — per don Tonino — la passione, la riscoperta del volto del fratello: «Dovremmo essere capaci di trasferire la passione per il volto di Dio ai fratelli: il tuo volto, fratello, sorella, io cerco, fammi scorgere il tuo volto». Non un volto astratto, anonimo, ma il volto concreto, con un nome preciso, un domicilio, una storia. Con S. Ambrogio ripeteva: «Una persona sola è una diocesi troppo grande per un Vescovo». E per quella persona sola era pronto a mettere tutto in gioco. Aveva avuto da Dio un cuore largo, spazioso, aperto a tutti, disponibile per chiunque veniva a lui per chiedere aiuto, sostegno, incoraggiamento, speranza. E ognuno di noi certamente conserva nel cuore circostanze in cui, trovandosi nelle retrovie, ha sentito accanto a sé la «prossimità» del Pastore ad assicurare la presenza amorevole del Signore che va alla ricerca della pecora smarrita, ferita, stanca, delusa, priva di orientamento.

Don Tonino sentiva vibrare nel suo animo tutta la passione del Buon Pastore, che non ha mai perso la fiducia nei poveri, non li ha mai trattati come un popolo di stranieri, ma li ha amati con viscere di misericordia, fino a dare la sua vita, diventando l’Agnello immolato. Mi tornano alla mente alcune parole di Bonhoeffer: «Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione — piangono per aiuto, chiedono felicità e pane — salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte. — Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani. — Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione — Io trovano povero, oltraggiato, senza tetto, né pane, lo vedono consunto di peccato, debolezza e morte. I cristiani stanno vicini a Dio nella sua sofferenza». Queste parole riassumono il senso e il valore della carità nell’esistenza del cristiano e nella storia bimillenaria della Chiesa: la compagnia al dolore di Dio per il male che devasta la terra, vissuta nel primato della contemplazione ed espressa in opere e giorni spesi a servizio del prossimo. Di fronte a questo Dio, Pastore che offre la vita e sceglie l’ultimo posto in solidarietà con gli ultimi di questo mondo, la sua Chiesa non potrà che essere — nella varietà dei tempi e dei luoghi della storia — la Chiesa della carità: il distintivo del popolo dei pellegrini di Dio, il volto autentico della Chiesa del grembiule e soprattutto dell’Ecclesia Crucis. In questo solco si è posto don Tonino con la peculiarità della sua personalità fino a chiedere, nella preghiera a Gesù buon Pastore la forza di poter amare la sua Chiesa, fino al martirio:

«Signore Gesù, buon Pastore, che hai dato te stesso fino alla morte di croce per le tue pecorelle, rendici degni di poter offrire tutta intera la nostra vita per la porzione di gregge che tu ci hai affidato. Prenditi tutto di noi, Signore. Per il bene dei nostri fratelli. Te lo diamo con gioia. Esultando. Perché sappiamo che tutto sfocerà in un estuario di beatitudine senza fine, e in un esito di salvezza per il tuo gregge. Mettiamo a tua disposizione i nostri giorni, i nostri beni, i nostri affetti. Non vogliamo trattenere nulla per noi. Neppure la salute. Neppure la reputazione. Neppure il nome. Che se poi, oltre che col cuore, vuoi prenderti la nostra vita «effectu», di fatto cioè, noi te la doniamo gratis. Senza le lusinghe dell’eroismo. Con l’umile atteggiamento della restituzione. Felice che possa servire a qualcuno. Seppelliscici, Signore, nella fossa comune. Con gli altri. Ci basta la tua croce sul cumulo di terra che ci coprirà. Non ti chiediamo null’altro in contraccambio. Se non la gioia di sentirci, nell’ora suprema della morte, non solo pienamente conformati a te, Capo, Pastore e Sposo, ma anche legali rappresentanti di te, Salvatore della tua Chiesa. Per la vita del mondo».

Noi siamo qui per raccogliere quel suo gesto, per custodire il suo messaggio, per non disperdere lungo la via la speranza e la forza che egli ci ha trasmesso, per non rallentare, stanchi, il ritmo vigoroso che egli ha impresso al nostro passo di pellegrini. Ci ha aperto lo sguardo ai cieli nuovi e alle terre nuove, dove egli è entrato; ma ci ha indicato anche la strada per giungervi, quella che egli ha percorso, la strada delle Beatitudini evangeliche: «Reali i poveri, beati i miti, beati i puri di cuore, beati gli operatori di pace…». Là ci attende dove è giunto; qui ci sospinge, dove egli è passalo. Tocca a noi serbarne la memoria e seguirne le orme, nella fede salda, nell’indivisibile operosità, nell’amore discreto e silenzioso, nel servizio fedele che ha segnato come una costante la sua vita. Chi segue il Signore sulla via indicata dal Vangelo delle Beatitudini non ha paura del fuoco, né del clima arido del nostro tempo e della crescente desertificazione contemporanea, ma sa vedere i segni di speranza senza indugiare e senza deprimersi sul negativo, sa proiettarsi nel futuro, verso quei cieli nuovi e quella terra nuova che da sempre sono nella nostra nostalgia. E risentirà nel cuore le dolci e rassicuranti parole di don Tonino: «Non abbiate paura: un giorno ci saranno prati vastissimi, dove voi correrete con i capelli spiegati al vento, per cantare la vostra, libertà che non avrà più sconfitte.»

Invochiamo la Spirito Santo perché, con l’aiuto dei suoi doni, possiamo come Chiesa vivere nel clima supernaturale delle Beatitudini ed essere fedeli a Gesù Signore e Pastore.

20 aprile 1997

+ DONATO NEGRO, Vescovo

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