Io sono la via, la verità, la vita

mons-angelo-amatoSono onorato di presiedere questa celebrazione Eucaristia con la quale l’intera diocesi accompagna, nella preghiera, la causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio, Antonio Bello, vescovo di questa diocesi dal 1982 al 1993 (morì, dopo lunga malattia, il 20 aprile 1993). La celebrazione della Prima Sessione pubblica è una tappa della massima importanza, di un iter che richiede l’aiuto divino per discernere e valutare con concrete prove testimoniali la fama di santità e la fama signorum del Servo di Dio. Una causa di beatificazione implica un duplice impegno. Essa richiede, anzitutto, la sollecitudine degli attori e la competenza propriamente tecnica da parte della postulazione, nel raccogliere, ordinare e vagliare le testimonianze e i documenti, relativi alla notissima figura del Servo di Dio.
Mons. Bello è stato un Vescovo che, per dinamismo apostolico e capacità comunicativa, era attivo non solo nell’ambito di questa diocesi, ma anche a livello interdiocesano e nazionale. Questa sua grande rilevanza ecclesiale ha certamente lasciato nelle persone e nei luoghi della sua attività segni e attestati concreti e significativi circa la sua fama di santità.

Il procedimento istruttorio diocesano ha proprio la finalità concreta di raccogliere le prove che, al momento della loro valutazione presso la Congregazione delle Cause dei Santi, permetteranno, prima ai consultori teologi e poi ai Cardinali e Vescovi, riuniti in sessione ordinaria, di raggiungere la certezza morale circa questa precisa domanda: «Se consta che il Servo di Dio abbia praticato in grado eroico le virtù teologali della fede, speranza e carità verso Dio e il prossimo, così come quelle cardinali della prudenza, giustizia, temperanza e fortezza e le altre virtù morali connesse, come, ad esempio, l’umiltà, la mortificazione, la misericordia, la pazienza, la povertà.
Cosa implica la qualifica “in grado eroico”? Si deve mostrare che l’esistenza virtuosa del Servo di Dio si sia elevata di molto al di sopra della media e abbia raggiunto livelli tali, da suscitare nei fedeli stupore, ammirazione e imitazione. Come gli eroi della patria hanno meritato questo titolo con straordinari atti di valore, così anche i Servi di Dio devono risultare, con prove oggettive inconfutabili, di essere gli eroi del Vangelo e i figli esemplari della Chiesa una e santa di Cristo. Essi devono essere degni di stare accanto a Gesù sul monte Tabor della trasfigurazione.

Ma c’è un secondo impegno che deve caratterizzare una causa di beatificazione e riguarda tutta la diocesi e tutti i fedeli, che vedono nel Servo di Dio un modello esemplare di sequela Christi. Si tratta del compito della preghiera, che deve accompagnare passo passo il progresso della causa. La preghiera è il risvolto spirituale del procedimento canonico. Una causa di beatificazione è anche la testimonianza di un coinvolgimento spirituale dei fedeli, che si affidano alla intercessione del Servo di Dio per ottenere favori spirituali e temporali.
Anche il tempo necessario per il corretto procedimento della causa non deve essere considerato tempo perso o vuoto. Può costituire, infatti, un periodo di maturazione della causa stessa, mediante la conoscenza più profonda, da parte dei fedeli, dell’esemplarità del Servo di Dio. Ciò non può non interrogarli sulla loro coerenza alle promesse battesimali. Per questo, una causa di beatificazione è da considerarsi da parte di vescovi e sacerdoti una vera e propria opportunità pastorale e una grande risorsa spirituale. In tal modo il postulatore non si sente solo nel suo difficile incarico, ma si sente accompagnato, non tanto dall’ansia dei risultati immediati, quanto piuttosto dall’affetto, dalla preghiera e dalla conversione delle menti e dei cuori all’ideale di santità, perseguito dal Servo di Dio. In un certo senso i Santi ci ammoniscono che, se non tutti possono scalare l’Himalaja, tutti possono salire qualche gradino della scala della perfezione.

Diversamente da molti di voi, io non ho conosciuto il Servo di Dio personalmente. Ma ne ho sentito molto parlare. Al riguardo ho due ricordi “molfettesi”. Un giorno, durante una visita lampo alla mia famiglia, mio padre mi disse: «Sai, ho conosciuto il nuovo Vescovo. Mi trovavo al cantiere navale e un prete è passato a salutarci. Siamo rimasti tutti sorpresi quando ci ha detto che era il Vescovo. Ho approfittato per dirgli di avere un figlio sacerdote. Mi ha stretto la mano e poi ci ha benedetto tutti». è un episodio che aveva molto colpito mio padre, che di tanto in tanto me lo ripeteva. Il secondo episodio riguarda il periodo intorno alla Pasqua del 1993. Scesi dal treno e mi avviai verso casa. Subito mi accorsi di una strana atmosfera. Non si notavano segni di gioia. Per le strade c’era un grande silenzio. La città sembrava raccolta, in attesa di qualcosa che stava per accadere. Giunto a casa, mi spiegarono che il Vescovo stava morendo. Una città intera era in preghiera per accompagnare il trapasso del suo buon pastore.

Non è mio compito anticipare le conclusioni del vostro processo, né interferire col vostro lavoro. Desidero solo dire che la causa di beatificazione di un sacerdote, come Don Grittani, o quella di un Vescovo, come don Tonino, danno alla diocesi una nobiltà particolare, quella della santità. La santità non è un di più per il battezzato. Il Concilio Ecumenico Vaticano Il ha ricordato in modo esplicito che «tutti i fedeli cristiani sono invitati alla santità e alla perfezione del proprio stato, e sono tenuti a tendervi».

Il Concilio, anzi, fa una dettagliata esposizione del multiforme esercizio dell’unica santità, a seconda dei diversi generi di vita e di occupazione. E ai primi due posti di questo elenco parla della santità dei pastori e della santità dei presbiteri. A proposito dei pastori, afferma: «In primo luogo i pastori del gregge di Cristo devono, a immagine del sommo ed eterno sacerdote, pastore e vescovo delle anime nostre, compiere con santità e slancio, umiltà e forza il proprio ministero: esso, così adempiuto, sarà anche per loro un eccellente mezzo di santificazione. Chiamati per ricevere la pienezza del sacerdozio, è loro data la grazia sacramentale affinché, mediante la preghiera, il sacrificio e la predicazione, mediante ogni forma di cura e di servizio episcopale, esercitino un perfetto ufficio di carità pastorale non temano di dare la propria vita per le pecorelle e, fattisi modello del gregge (cfr. 1 Pt 5,3), aiutino infine con l’esempio la Chiesa ad avanzare verso una santità ogni giorno più grande».
Sono parole che i vescovi santi hanno incarnato nella loro esistenza in ogni epoca della storia: da sant’Ambrogio a sant’Agostino, da san Bonaventura a san Carlo Borromeo, da san Daniele Comboni al Beato Zoltan Meszlényi, Vescovo Ausiliare di Esztergom e successore del Cardinale Mindszenty, martirizzato dal regime comunista ungherese nel 1950 e beatificato il 30 ottobre del 2009.

I pastori santi sono coloro che hanno seguito più da vicino Cristo buon pastore, via, verità e vita (cf. Gv 14,6), indicando ai fedeli, nell’intricato stradario contemporaneo, la retta via della giustizia evangelica; nutrendo il gregge con la verità di Cristo, che dissolve le opinioni fatue del mondo; e opponendo alla cultura della morte la civiltà dell’accoglienza, della cura e della difesa della vita, dal suo sbocciare al suo naturale tramonto.
Il Servo di Dio Antonio Bello fu un vescovo. E la causa dovrà mostrare l’esercizio eroico delle virtù cristiane di Vescovo. Ma cosa è un Vescovo? Nel 2003 il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II pubblicò l’esortazione apostolica Pastores gregis, una sorta di manuale, che fa uscire la figura del Vescovo da una certa penombra ecclesiale.
I Vescovi sono i successori degli Apostoli. Essi sono consacrati mediante l’imposizione delle mani, che conferisce loro la pienezza del sacramento dell’Ordine, il sommo sacerdozio, la totalità del sacro ministero. In tal modo, per mezzo dei Vescovi, Gesù Cristo, pur sedendo alla destra di Dio Padre, continua a essere presente in mezzo ai credenti, ammaestrandoli, santificandoli e guidandoli. Al Vescovo spetta, quindi, il triplice compito di insegnare, santificare e governare: munus docendi, sanctificandi et regendi.

Egli è anzitutto il Maestro della fede e l’araldo della Parola di Dio. É uditore e custode fedele di questa divina parola: «Da questo punto di vista, si rivela in tutta la sua ricchezza di significato il gesto previsto nel Rito romano di Ordinazione episcopale, quando sul capo dell’eletto è imposto l’Evangeliario aperto: si vuole con ciò esprimere, da una parte, che la Parola avvolge e custodisce il ministero del Vescovo e, dall’altra, che la vita di lui dev’essere interamente sottomessa alla Parola di Dio nella quotidiana dedizione alla predicazione del Vangelo con ogni pazienza e dottrina (cfr 2 Tm 4)». Oltre alla predicazione, il Vescovo «esercita il ministero della santificazione mediante la celebrazione dell’Eucaristia e degli altri Sacramenti, la lode divina della Liturgia delle Ore, la presidenza degli altri riti sacri e anche mediante la promozione della vita liturgica e dell’autentica pietà popolare».
Il munus sanctificandi implica, quindi, che il Vescovo è il moderatore della Liturgia e il responsabile primo dell’iniziazione cristiana dei fedeli, della disciplina penitenziale, della promozione della santità dei sacerdoti e dei fedeli e della pietà popolare». Oltre che insegnare, il Vescovo ha anche il dovere di governare la famiglia di Dio, imitando Gesù, il quale venne per servire e dare la vita per le pecore a lui affidate: «Quest’immagine di Gesù, modello supremo del Vescovo, ha una sua eloquente espressione nel gesto della lavanda dei piedi, narrato nel Vangelo secondo Giovanni».

La circostanza odierna mi dà l’occasione di qualche ulteriore considerazione sul munus sanctificandi dei Vescovi. La tradizione mostra come la cura dei santi Pastori sia stata rivolta soprattutto al loro presbiterio. Il Vescovo è il padre, il fratello e l’amico dei sacerdoti, nei confronti dei quali deve spendere tutte le sue energie di mente e di cuore. Sono soprattutto i sacerdoti a dover assorbire la sua carica di carità e di compassione paterna. L’amore ai suoi presbiteri si esprime concretamente mediante l’attenzione alle loro difficoltà, il sovvenire alle loro necessità, la disponibilità al consiglio prudente e anche alla correzione paterna. Ciò assicura non solo una collaborazione fedele e leale, ma soprattutto conferisce ai pastori l’autorevolezza, che promuove nei sacerdoti quell’entusiasmo di santità e di apostolato, indispensabile per sostenere il peso del loro faticoso ministero quotidiano. Più intensa è la comunione, più incisiva è la missione.

Il munus sanctificandi include anche il discernimento e la valutazione dell’eventuale fama di santità presente anche nei suoi sacerdoti, oltre che nei fedeli laici. Purtroppo nell’ecclesiologia cattolica – e quindi anche nel recente Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi – questo aspetto sembra essere assente. Si parla della santità del Vescovo stesso, ma non si fa menzione del compito di discernimento e valutazione della santità dei sacerdoti, particolarmente distintisi per la fama sanctitatis et signorum. Eppure, questi preti santi ci sono e i fedeli li conoscono.

L’accanimento mediatico su alcune ombre dei sacerdoti cattolici può essere ben contrastato dalla santità dei ministri di Dio, come Don Gnocchi, Padre Pio, Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II, il Cardinal Newman, Padre Damiano di Molokai, per stare ad alcune delle figure più vicine a noi.
Cari sacerdoti, cari fedeli, questa occasione mi permette di riaffermare che la Chiesa è santa ed è la madre dei santi; che ancora oggi nella Chiesa ci sono i santi; che l’Italia è una terra di santi; che tutti noi abbiamo bisogno del richiamo dei santi per confermare i nostri propositi di bene.

In un recente incontro con luterani bavaresi, guidati da un mio compagno di studi all’Università di Salonicco, ho spiegato loro il significato e la missione della Congregazione delle Cause dei Santi, illustrando l’accurato iter procedurale relativo all’accertamento dell’eroicità delle virtù, alla inspiegabilità scientifica di una supposta guarigione, e alle prove documentali necessarie per l’accertamento del martirio. Gli interlocutori erano molto interessati e hanno fatto anche alcune considerazioni. Una di esse riguardava la presenza di persone “sante” anche nelle loro comunità ecclesiali, citandomi, ad esempio, il pastore Dietrich Bonhoffer. Anzi si sono ripromessi, una volta rientrati in sede, di riflettere sull’importanza di questi testimoni del Vangelo e della grazia.

I santi non sono immagini sbiadite del passato, ma sono per noi intercessori potenti presso il Signore. Nel Canone Romano noi preghiamo: «In comunione con tutta la Chiesa, ricordiamo e veneriamo anzitutto la gloriosa e sempre vergine Maria, Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo, san Giuseppe, suo sposo, i santi apostoli e martiri: Pietro e Paolo, Andrea, Giacomo, Giovanni, Tommaso, Giacomo, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Simone e Taddeo, Lino, Cleto, Clemente. Sisto, Cornelio e Cipriano, Lorenzo, Crisogono, Giovanni e Paolo, Cosma e Damiano e tutti i santi; per i loro meriti e le loro preghiere donaci sempre aiuto e protezione».

Inoltre preghiamo il Signore affinché ci faccia partecipi della loro sorte beata: «Anche a noi, tuoi ministri, peccatori, ma fiduciosi nella tua infinita misericordia, concedi, o Signore, di aver parte nella comunità dei tuoi santi apostoli e martiri: Giovanni, Stefano, Mattia, Barnaba, Ignazio, Alessandro, Marcellino e Pietro, Felicita, Perpetua, Agata, Lucia, Agnese, Cecilia, Anastasia e tutti i santi: ammettici a godere della loro sorte beata non per i nostri meriti, ma per la ricchezza del tuo perdono». Le nostre chiese sarebbero spoglie senza la presenza familiare dei Santi, ai quali si rivolgono le preghiere intense di mamme, di papà, di bambini, di giovani. Non si tratta di ingenua pietà popolare, ma di profonda intuizione di fede. I Santi sono i testimoni storici della vocazione universale dei fe-deli alla santità; sono discepoli insigni del Signore e quindi modelli di vita evangelica; sono cittadini della Gerusalemme celeste, che cantano senza fine la gloria e la misericordia di Dio; sono intercessori e amici di noi fedeli ancora pellegrini sulla terra.

Ma soprattutto i Santi, ci invitano ad alzare gli occhi al cielo, ad aprirci alla luce e alla speranza, e a sottrarci all’oscurità e alla perversità del quotidiano spettacolo del male. La causa di beatificazione di Mons. Tonino Bello costituisce un momento di grande rilevanza pasto-rale per la diocesi. Assicuro la mia preghiera per il felice esito delle vostre fatiche.

Amen.

Omelia pronunciata da Mons. Angelo Amato, sdb, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, durante la celebrazione eucaristica del 30 aprile 2010

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