Il Bello del creato/6

La Bellezza esaltata dai testi sacri ha la sua fonte nel Creatore e la sua manifestazione nelle creature tutte. Essa, espressione del creatore, ne rispecchia l’origine e pertanto è segnata fortemente dall’amore che si fa dono. Perché l’amore o è dono o non è amore; sarà conquista interessata, sarà possesso desiderato, ma non amore. Perché l’amore è dono di sé. Come riassume mons. Antonio Bello, il verbo amare può essere inteso come la trascrizione del verbo “morire a sé”, del mettersi da parte: “Amare, voce del verbo morire, significa decentrarsi. Uscire da sé. Dare senza chiedere. Essere discreti al limite del silenzio. Soffrire per far cadere le squame dell’egoismo. Togliersi di mezzo quando si rischia di compromettere la pace di una casa. Desiderare la felicità dell’altro. Rispettare il suo destino. E scomparire, quando ci si accorge di turbare la sua missione” (BELLO A., Scritti 3, 146).
Non è una sofferenza fine a se stessa, ma sofferenza provocata da una “spogliazione”. è la sofferenza del seme che deve spappolarsi, perdere la sua forma che gli dà identità, perché produca il frutto per la qual cosa ha senso la sua stessa esistenza.
L’autentica bellezza, quindi, apre all’altro e tende a favorire il conseguimento della sua felicità; toglie d’attorno all’altro tutto quanto può impedire la sua piena realizzazione. La bellezza richiede impegno, azione. La bellezza è estasi, nella sua accezione etimologica: ékstasis (stare fuori, evitare la staticità, decentrarsi).
Come afferma Papa Francesco nella Laudato Si’, “Tutto è in relazione, e tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra” (n.92). Ogni tentativo di frattura fra gli uomini, ogni forma di sfruttamento che svilisce l’altro o l’opera del creato, è rifiuto della Bellezza, è sfregio al progetto di Dio, è stravolgimento ecologico.
è nella ricerca e nella ricomposizione dell’unità (tra tutte le manifestazioni del creato, a partire dallo stesso uomo) che si potrà cogliere, motivare e comprendere il vero significato di ecologia.
Non il denaro, non la gloria, né il potere, non la ragione ma la passione – la bellezza – muove il desiderio e spinge verso l’altro/a.
Un quadro bello, così come una bella cattedrale, non esaurisce in se stesso il significato e la portata della bellezza, ma è una porta che apre varchi permettendo di andare al di là di ciò che appare.
Così la bellezza non si esaurisce in sé, non è solo apparenza o semplice esteriorità, ma interpella ad andare oltre, a cercare altro. In tal senso la bellezza è esca del divino e apre al mistero.
Smarrendo o rifiutando il progetto originale sul quale è stato creato il mondo, difficilmente l’uomo potrà sperimentare i benefici di quella comunione originaria posta come modello della sua esistenza perché questa sia segnata da felicità.
Ne verifichiamo gli effetti nel surriscaldamento globale, con l’inquinamento, con la desertificazione, con lo scioglimento dei ghiacci. Perché la natura non è malvagia, ma nel rispetto doloroso delle scelte dell’uomo dà quei frutti presenti nei semi che l’uomo stesso ha piantato.
L’uso scorretto del Creato, lo squilibrio ambientale e sociale derivante dall’abuso della creazione trova la sua vera origine là dove si nega ogni forma di trascendenza, dove la materia è soltanto materiale da sfruttare da parte di chi sa e può farlo, dove l’uomo è inteso come padrone. L’uso smodato e distorto della creazione che ha prodotto sfaldamento nelle relazioni tra i popoli e tra i singoli ha la sua origine là dove non è stata riconosciuta più alcuna realtà sovraumana e ultraterrena, dove al centro è stato posto solo l’individuo che si sente autorizzato a soddisfare le proprie voglie in qualunque modo e sulla testa di chiunque, intendendo l’altro come oggetto e strumento. Il disastro ecologico – con i disastri sociali, economici e sanitari che ne sono seguiti – è iniziato quando qualcuno ha prospettato come conquista il rifiuto di ogni dimensione della vita al di là della morte, proponendo come piena realizzazione di sé la capacità di possedere tutto quanto è accaparrabile. Come affermò Papa Benedetto XVI, «il consumo brutale della creazione inizia dove non c’è Dio, dove la materia è ormai soltanto materiale per noi, dove noi stessi siamo le ultime istanze, dove l’insieme è semplicemente proprietà nostra» (Incontro con il Clero della Diocesi di Bolzano-Bressanone, 6 agosto 2008).
Ancora una volta è Papa Francesco ad esprimere il bisogno di cambiare rotta ed indica la strada per ritornare a vivere in pace con la natura e con gli altri uomini: “Abbiamo bisogno di ritornare ad ascoltare la terra, indicata nella Scrittura come adamah, luogo dal quale l’uomo, Adam, è stato tratto. Oggi la voce del creato ci esorta, allarmata, a ritornare al giusto posto nell’ordine naturale, a ricordare che siamo parte, non padroni, della rete interconnessa della vita. La disintegrazione della biodiversità, il vertiginoso aumento dei disastri climatici, il diseguale impatto della pandemia in atto sui più poveri e fragili sono campanelli d’allarme di fronte all’avidità sfrenata dei consumi” (Messaggio per la Giornata Mondiale di preghiera per la cura del creato, 1° settembre 2020).
Un discorso sull’ecologia non può non fare riferimento ad un quadro nel quale convivono insieme, in un rapporto di interdipendenza, Bellezza – Pace – Amore – Giustizia – Convivialità delle differenze – Misericordia – Verità. Sono espressioni e attributi che trovano origine in un’unica fonte, Dio, il quale non è stato tanto geloso da impedire all’uomo di gustarne i frutti. Per questo motivo appare necessario che l’uomo si riappropri di quel bene – l’immagine di Dio impressa in sé – che se non riconosciuto come tale e non accettato come progetto di vita lo potrebbe portare all’annientamento di sé, alla perdita di sé. Senza Dio, rinnegando gli attributi di Dio partecipati all’uomo, l’uomo stesso non si comprenderebbe, l’uomo non sarebbe neppure… uomo. E gli assolutismi del XX secolo lo hanno dimostrato. Negando il progettista se ne disconosce il progetto e non si può cogliere il fine di quel progetto. Negando l’uomo come frutto di un progetto non umano, non immanente, si ha necessariamente uno stravolgimento delle identità e dei ruoli. Vale per l’uomo così come per l’ambiente.
Non appaia forzata, quindi, la stretta relazione che esiste tra punti di riferimento di valori e ambiente.
Don Tonino Bello di questo ne è convinto: “Solo da un entroterra di forti principi possono partire quelle scelte significative che imprimono orientamenti nuovi alla storia. Senza questo ancoraggio alle cosiddette sporgenze utopiche, si avranno solo sussulti emozionali incapaci di rispondere a progettualità articolate.
Legandosi ai principi, invece, si darà il taglio della organicità ai mille gesti feriali. (…) Si apriranno gli occhi sulla articolazione che esiste tra pace, giustizia e salvaguardia dell’ambiente, per cui ogni scempio ecologico si connette sempre col demone del profitto che scatena le guerre… Si coscientizzerà la gente, insomma, su tutte quelle tematiche vitali attraverso le quali passa il discrimine tra la sopravvivenza e la distruzione del genere umano” (BELLO A., Scritti 6,471).

 

di don Ignazio Pansini

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