Il Bello del Creato/2

Anche il discorso sulla pace, così come quello sulla giustizia che della pace è alimento, è strettamente collegato alla salvaguardia dell’ambiente oltre che al riconoscimento della dignità dell’uomo, alla cui cura l’ambiente è stato affidato. è per questo che don Tonino Bello, parlando agli Amministratori di una città chiede che all’interesse per la tutela delle pietre sia anteposto l’impegno per la difesa della dignità dell’uomo: “Privilegiate l’uomo, più che la pietra. Capisco che costruire un asilo, innalzare una scuola, sistemare una piazza, ampliare un porto, edificare un mercato, sottoscrivere un progetto di espansione urbanistica… gratifica di più che disegnare scientificamente la mappa cittadina del disagio, o impostare con rigore tecnico il centro di animazione sociale del quartiere, o provvedere al servizio domiciliare degli anziani, o istituire strutture per l’accoglienza di minori in difficoltà, o allestire speciali programmi riabilitativi per i portatori di handicap, o predisporre forme di accoglienza perché i dimessi dal carcere e dagli ospedali psichiatrici non vadano allo sbando, o potenziare i servizi sociali perché raggiungano, in modo organico, dignitoso e tempestivo, coloro che vivono ad alto rischio di emarginazione.
Sì, perché la pietra lascia incisa la firma per i secoli futuri. Il cuore dell’uomo, invece, sopporta l’autografo soltanto il tempo necessario per dire «grazie». Ma ricostruire l’uomo vale infinitamente di più che costruirgli la casa” (BELLO A., Scritti 6,157-158).
La sfida che oggi occorre affrontare per proteggere la casa comune consiste nell’unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale. Le cose possono cambiare. L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la casa comune. Ma potrà farlo se saprà cogliere la realtà in cui vive come mistero dinanzi al quale porsi con rispetto piuttosto che tentando di dominarlo: “Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode” (n.12).
La tecnologia tanto esaltata negli anni passati, tradendo ogni attesa, e divenuta tecnocrazia ha influito non poco sulla distruzione della natura, allo sfruttamento delle persone e delle popolazioni più deboli. L’eccesso di antropocentrismo ha poi portato l’uomo a non riconoscere più sé stesso e la sua posizione rispetto all’altro e alla natura, assumendo una posizione autoreferenziale, centrando tutto su di sé. Papa Francesco coglie nella cultura del relativismo una delle cause scatenanti questo processo di autodistruzione del creato. “La cultura del relativismo è la stessa patologia che spinge una persona ad approfittare di un’altra e a trattarla come un mero oggetto, obbligandola a lavori forzati, o riducendola in schiavitù a causa di un debito. è la stessa logica che porta a sfruttare sessualmente i bambini, o ad abbandonare gli anziani che non servono ai propri interessi. È anche la logica interna di chi afferma: lasciamo che le forze invisibili del mercato regolino l’economia, perché i loro effetti sulla società e sulla natura sono danni inevitabili. Se non ci sono verità oggettive né princìpi stabili, al di fuori della soddisfazione delle proprie aspirazioni e delle necessità immediate, che limiti possono avere la tratta degli esseri umani, la criminalità organizzata, il narcotraffico, il commercio di diamanti insanguinati e di pelli di animali in via di estinzione? Non è la stessa logica relativista quella che giustifica l’acquisto di organi dei poveri allo scopo di venderli o di utilizzarli per la sperimentazione, o lo scarto di bambini perché non rispondono al desiderio dei loro genitori?” (n.123) è la stessa logica dell’usa e getta che produce e giustifica ogni tipo di scarto, ambientale o umano che sia, che tratta l’altro e la natura come semplice oggetto da sfruttare e poi buttare.
Dinanzi a questo stato di cose non si può pensare che bastino i programmi politici o la forza della legge ad evitare i comportamenti che colpiscono l’ambiente, “perché quando è la cultura che si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o princìpi universalmente validi, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare” (n.123).
Se poi il prodotto, ovvero il dio denaro, è stato inteso e presentato come valore primo da rincorrere, allora diventa facile comprendere come la salvaguardia dell’ambiente non può non passare attraverso una revisione del ruolo dell’economia, ovvero delle esigenze del mercato. Da ciò è derivata anche la situazione che vede l’uomo non più fruitore di merci, ma merce egli stesso di chi ne orienta le scelte e ne definisce i comportamenti. è la storia che rende chiaro il legame che sta tra la scelta dei valori e la qualità della vita. Mons. Bello nel corso del suo magistero, cogliendo il perverso rapporto esistente tra rifiuto di valori e opere di morte, non si è sottratto al compito di far comprendere a tutti la stretta “articolazione che esiste tra pace, giustizia e salvaguardia dell’ambiente, per cui ogni scempio ecologico si connette sempre col demone del profitto e scatena le guerre” (BELLO A., Scritti 4,671). Lo scempio delle risorse naturali, l’incremento dei traffici di droga, l’ininterrotto traffico di armi e la violazione dei diritti umani e le violenze domestiche verso i più deboli non avvengono per fattori esterni all’uomo, ma trovano nell’uomo la loro radice, negli obiettivi che quegli persegue, indotto a tali comportamenti da una cultura di morte.
Al fine di ristabilire le priorità del valori si comprende come solo partendo dal riordino dei princìpi possono trovare la giusta spinta quelle scelte significative capaci di dare vita e orientamenti nuovi alla storia.
Se riteniamo deficitario l’agire dell’uomo nella e per la natura, chiediamoci allora dove trovare lo schema per un progetto che porti ad un cambiamento. In quello stesso uomo che non è riuscito a conservare i beni affidatigli manipolando e stravolgendo il progetto posto nelle sue mani?
Per il cristiano una strada c’è: la conversione del cuore alla quale deve far seguito una “conversione ecologica, che comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda. Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana” (n.217). L’incontro con Gesù, Via Verità e Vita, potrà aiutare il credente a riscoprire il progetto di Dio affidato all’uomo. Non si tratterà tanto di parlare di idee, quanto soprattutto di cogliere e tradurre in scelte di vita “le motivazioni che derivano dalla spiritualità al fine di alimentare una passione per la cura del mondo”. Infatti non sarà possibile impegnarsi in cose grandi soltanto con delle dottrine, senza una mistica che ci animi, senza «qualche movente interiore che dà impulso, motiva, incoraggia e dà senso all’azione personale e comunitaria»” (n.216).
Solo da una ecologia capace di rispettare i valori e la loro priorità sugli elementi secondari può scaturire una vera ecologia integrale capace di dare giusto senso ai differenti ruoli e alle molteplici presenze. “Senza questo ancoraggio alle cosiddette sporgenze utopiche, si avranno solo sussulti emozionali incapaci di rispondere a progettualità articolate” (BELLO A., Scritti 6,471).

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