Eucaristia, sacramento del cammino, del coraggio e della speranza

a cura di don Ignazio Pansini

Il cammino episcopale di don Tonino Bello si è sviluppato attorno all’Eucaristia, grazie anche alla rivalutazione della chiesa locale che intorno a quel sacramento trova il suo senso, alla luce dell’approfondimento conciliare. Partendo dall’Eucaristia hanno preso le mosse i suoi tentativi di rivitalizzare una comunità spesso asfittica e in stato di soffocamento per eccessiva chiusura in se stessa. Nel Documento pastorale pubblicato dalla Conferenza Episcopale Italiana, del 1983, “Eucarestia, Comunione e Comunità” al num. 61 così leggiamo: “Molti cristiani vivono senza Eucaristia. Altri fanno l’Eucaristia ma non fanno la Chiesa. Altri celebrano l’Eucaristia nella Chiesa, ma non vivono la coerenza dell’Eucaristia”. (“CEI, Eucarestia Comunione e Comunità”,1983,61) Don Tonino, traducendo questa asserzione, afferma che l’Eucaristia rimane, cioè, una sorta di sacramento incompiuto. Rimane incompiuto quando manca la “sequela eucaristica”. E che significa sequela eucaristica?: a) lasciarsi afferrare dall’onda di Gesù Cristo e seguirla; b) avere la coscienza che noi siamo Corpo di Cristo crocifisso alla storia; c) avere la coscienza che noi siamo Corpo di Cristo crocifiggente; d) avere la coscienza che noi siamo il Corpo festivo di Cristo; e) avere la coscienza che la sequela è fatta di ascolto, di preghiera, di sacrificio. (cf. Affliggere i Consolati, 2009, 47-50) L’Eucaristia, allora, non si esaurisce nella sola celebrazione cultuale, così come l’impegno del cristiano nella storia non può limitarsi alla sola fase del culto. La mensa eucaristica non è il luogo dell’autocompiacimento. L’Eucarestia non è un sacramento utile a dilettazioni amorose in solitario e/o ad un autocompiacimento che sottraggono l’uomo dalle sue responsabilità verso l’altro uomo così come verso il creato. è il sacramento della vita e non dell’oblio. è il sacramento dell’Amore donato. Non esclude l’altro, ma ne esige la presenza. L’Eucarestia ha una valenza “politica”, capace di orientare e motivare scelte concrete tese alla costruzione di una società nuova, fondata su basi altre rispetto a quelle comunemente utilizzate, e finalizzata a perseguire obiettivi altri rispetto a quelli intorno ai quali si affanna “il mondo”. La stessa Chiesa o è “eucaristica” o non è Chiesa. Anche le scelte cosiddette “politiche” del cristiano devono partire necessariamente dall’Eucaristia, se si vuole che il mondo diventi luogo di esperienza quotidiana di rapporti di amore, di gioia, di vita, di comunione. Appare chiaro, quindi, che, per don Tonino Bello, la vita del cristiano non può contraddistinguersi che come impegno eucaristico. Altrimenti “le comunioni che facciamo a che servono, se non sono sostenute da un vissuto?” (AA.VV. Don Tonino Vescovo secondo il Concilio, 2004,67). Infatti la l’Eucaristica di cui ci si nutre durante una Messa non solo esige che ci impegni nel tener viva la comunione fraterna, ma questa comunione fraterna la esige perché sia credibile quella eucaristica: “Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt.5,23-24). L’Eucaristia, infatti, non è il sacramento della fuga dal mondo, non è un invito a rintanarsi nel chiuso della propria coscienza sganciata dalla comunità. Non sottrae l’uomo dalla sua personale responsabilità verso il fratello, anche se è stato quello a sbagliare. è il sacramento dell’impegno perché in un mondo di discordia prevalga la logica della concordia, perché in un clima di contrapposizioni fioriscano spazi di comunione, perché in un areopago in cui si esalta la morte e prevale la disperazione trovi spazio un centro in cui sperimentare la vita e dal quale prenda il via la speranza. L’Eucaristia è il sacramento del cammino, del coraggio e della speranza. è il sacramento della risurrezione, per cui a quanti partecipano viene affidato il compito di annunciare e far sperimentare la risurrezione. L’Eucaristia è il sacramento che deve favorire l’estasi, intesa etimologicamente, ex stasis: abbandono della staticità. La partecipazione all’Eucaristia deve fare uscire dalla staticità, per immettere sulla strada di Dio, che è pure la strada dell’uomo. Dal ripiegamento su se stessi si deve passare ad una disponibilità a piegarsi sul mondo. Stando a queste premesse, dall’Eucaristia dovrebbe partire anche la forza dirompente di una pastorale non più residenziale, ma missionaria. L’Eucarestia non si coniuga e non la si comprende se si rimane sedentari. Fin dalla Chiesa costituita dagli apostoli, non è nel cenacolo che si fa testimonianza dell’incontro con Cristo, così come la comunione che scaturisce dall’Eucarestia non si esaurisce – benché la esiga – all’interno delle mura di una chiesa. La piena consapevolezza del ruolo del cristiano e del suo stretto ed indissolubile rapporto con l’Eucaristia porta il pastore a guidare il gregge affidatogli su sentieri spesso irti, ma che alla fine risultano essere gli unici a condurre a pascoli abbondanti. L’Eucaristia è nutrimento per questo cammino, è forza che spinge ad andare oltre, è rifiuto della sedentarietà, è anticipazione del futuro, è sperimentazione della Risurrezione. Nella realizzazione di questo progetto, la responsabilità della comunità ecclesiale è grande nei confronti della società, vista la missione affidatale da Cristo, suo fondatore, così come don Tonino si espresse nel corso dell’omelia pronunciata alla Messa dei giovani durante il XXI Congresso Eucaristico Nazionale di Reggio Calabria: “È urgente prendere coscienza che siamo un popolo che passa in mezzo al mondo per annunciare che il Signore è risorto e cammina con noi. In questo senso, noi credenti dobbiamo essere i servi del mondo: e non dobbiamo avere paura di piegarci per lavarci i piedi. Questa non è una Chiesa che si mimetizza, non è una Chiesa populista, non è una Chiesa ridotta al rango di ancella, non è una Chiesa schiava. È una Chiesa serva, come Cristo la vuole” (Scritti 6,549-550). Il Vescovo afferma che “Non dobbiamo avere paura di piegarci per lavarci i piedi”. Sì, perché prima di chiedere al mondo che viva la fraternità, è indispensabile che la chiesa la testimoni mediante un servizio reciproco, al suo interno. Se si vuole essere credenti credibili e creduti (vedi sopra: Mt.5,23-24).

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