Estimatori, ma soprattutto continuatori credibili

Omelia per il 23° dies natalis del Servo di Dio Antonio Bello

cornacchiaCarissimi confratelli sacerdoti, religiosi, religiose, diaconi, autorità civili e militari, fratelli e sorelle tutti, con sentimenti di gioia e di velata tristezza nel nostro cuore, celebriamo oggi il 23° anniversario della prematura dipartita da questa terra al cielo, del nostro amato Pastore, il Vescovo Mons. Tonino Bello. Avremmo voluto trattenerlo ancora tra noi, ascoltare le sue trascinanti parole e riscaldarci al calore del suo amore per il Signore, per la Chiesa e per tutti i fedeli! Tuttavia non possiamo fare altro che conservare nella memoria e nel cuore, quelli che sono i tratti salienti della sua umanità, imbevuta di abbondante e profonda spiritualità.

Siamo in questo tempio, il Duomo di Molfetta, vero gioiello di arte e di fede, che racchiude i ricordi spirituali di tante generazioni di nostri antenati, verso i quali abbiamo solo il dovere della gratitudine e della riconoscenza. Qui, mi è stato confidato quasi come un segreto, Mons. Tonino Bello tante volte trascorreva, da mezzogiorno in poi, lunghe ore di preghiera e di dialogo a tu per tu con il Santissimo Sacramento, per trovare pace e forza interiore, nella più assoluta solitudine.

Io sono tra quelli che possono ritenersi fortunati per aver conosciuto ed avvicinato il vescovo, l’amico e il Pastore Don Tonino! Voglio farvi una confidenza: proprio il 17 marzo del 1993, ad un mese circa dalla sua morte, ho avuto il singolare privilegio di concelebrare con lui, una delle sue ultime Messe, nella sua stanza, con pochissimi presenti. Egli che non era riuscito a riposare un attimo durante la notte, era un lunedì, si era appisolato proprio nel pomeriggio, quando un sacerdote, a turno, con alcuni parrocchiani, celebrava alla sua (di don Tonino) presenza. Io sopraggiunsi qualche minuto dopo il suo risveglio e, con mia grande gioia e commozione, fui invitato dal suo segretario a celebrare con don Tonino, che dal letto seguì la preghiera, benedicendoci alla fine. Fu quello il momento in cui mi fece dono del libro Maria, donna dei nostri giorni. Volle farmi una dedica: Mimmo, lasciati amare da Maria! Mi corresse la data, dal 17 al 18 marzo, poiché ero andato a formulargli gli auguri del compleanno, che sarebbe stato il giorno dopo.

Abbiamo ascoltato nel Vangelo che il Signore è la luce del mondo e, chi crede in Lui, non rimarrà nelle tenebre! Le tenebre non sono solo assenza di luce, ma sono sinonimo di morte, di pericolo e di insidie. La notte di Pasqua abbiamo rivissuto il gesto bellissimo, dell’accensione della nostra candelina al Cero Pasquale, così come avvenne nel nostro Battesimo. La fiammella della nostra fede, se sarà alimentata dall’amore per il Signore, nonostante le mille tentazioni e i venti contrari non verrà meno! Non dimentichiamo che nostro Signore ha detto anche: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5, 14). Possiamo affermare, senza alcun dubbio, che la vita apostolica e pastorale del Servo di Dio Mons. Bello, pur essendosi imbattuta, infinite volte, in difficoltà e prove, non solo non ha conosciuto rallentamenti, ma è divenuta, come la Città sul monte, un richiamo forte per i vicini e per i lontani, per i credenti e non. L’autore degli Atti, ci ha riportato che, ai tempi apostolici, la parola di Dio cresceva e si diffondeva, pur fra tribolazioni e sofferenze.

Ancora oggi, la Parola di Dio, più che quella degli uomini, deve farsi largo e diffondersi, non per il suo rumore, quanto per il suo vigore. “Le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza”, afferma Gesù nel Vangelo di Giovanni (Gv 10, 25).

Carissimi, non basta contemplare, bisogna imitare gli esempi buoni e santi! Tra questi vogliamo annoverare la vita autentica del Servo di Dio Mons. Bello. Di lui dobbiamo essere, non solo
! Quanti citano, in lungo e largo, le belle espressioni del nostro amato pastore, ma quanto poco viene preso a modello del proprio comportamento. Abbiamo ascoltato che Paolo e Barnaba cominciarono ad annunciare la Parola di Dio (At 13, 5). Ciò vuol dire che tocca a noi continuare e portare avanti la non facile opera di evangelizzazione, appena incominciata dagli Apostoli.

Facciamo nostro il monito di Francesco di Assisi ai suoi frati: facciamo parlare più le opere che le parole! Il ricordo indelebile del passaggio dei Santi sulla scena del nostro mondo, ci deve spingere a prendere seriamente la nostra vita spirituale ed ascetica. Gli altri devono comprendere e percepire immediatamente da quale parte siamo schierati. Noi stessi dobbiamo essere per gli altri esempio vivo di autentici configurati a Cristo. Non dimentichiamo, come dice il Libro degli Atti (At 13, 2), l’opera alla quale siamo stati chiamati e riservati dallo Spirito: quella cioè, di essere eco della parola del Signore per gli uomini e le donne del nostro tempo. La nostra preghiera, oggi e sempre si faccia invocazione al Signore affinché annoveri, tra i Santi, il Servo di Dio Mons. Tonino Bello.

Desidero concludere questa nostra riflessione, attribuendo a don Tonino quanto egli stesso scrisse all’indomani del martirio del Beato Oscar Romero, Vescovo di San Salvador, ucciso sull’altare il 24 Marzo del 1980: “Noi t’invochiamo, don Tonino, vescovo dei poveri, intrepido assertore della giustizia, martire della pace: ottienici dal Signore il dono di mettere la sua Parola al primo posto e aiutaci a intuirne la radicalità e a sostenerne la potenza, anche quando essa ci trascende. Liberaci dalla tentazione di decurtarla per paura dei potenti, di addomesticarla per riguardo di chi comanda, di svilirla per timore che ci coinvolga. Non permettere che sulle nostre labbra la parola di Dio si inquini con i detriti delle ideologie. Ma dacci una mano perché possiamo coraggiosamente incarnarla nella cronaca, nella piccola cronaca personale e comunitaria, e produca così storia di salvezza. […] E infine, vescovo don Tonino, prega per noi qui presenti, perché il Signore ci dia il privilegio di farci prossimo, come te, per tutti coloro che faticano a vivere. E se le sofferenze per il Regno ci lacereranno le carni, fa’ che le stigmate, lasciate dai chiodi nelle nostre mani crocifisse, siano feritoie attraverso le quali possiamo scorgere fin d’ora cieli nuovi e terre nuove”.

Così sia!

+ Domenico Cornacchia, Vescovo

Duomo di san Corrado, Molfetta, mercoledì 20 aprile 2016

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