Don Tonino, un vescovo secondo il Concilio

mons-vito-angiuliEcc.za Rev. ma, cari sacerdoti e fedeli della Chiesa di Molfetta Ruvo Giovinazzo e Terlizzi e della Chiesa di Ugento-S. Maria di Leuca, una gioia profonda pervade le nostre due Chiese, raccolte in questa Cattedrale di Molfetta per vivere insieme la memoria di un evento che ha segnato la storia di entrambe: l’inizio del ministero episcopale di don Tonino.
Di lui, sono state dette molte cose. Di certo, non si può non condividere l’idea che egli sia stato un “Vescovo secondo il Concilio”, Sottolineare questo aspetto mentre celebriamo il 50° dell’apertura di questa grande assisi ecclesiale significa voler mantenere vivo il legame con lo spirito che l’ha animata.
Il Concilio, infatti, è “realtà viva”, non un evento del passato; spinge verso il futuro e verso la sua più completa attuazione. Anche don Tonino non appartiene a una stagione ormai conclusa, ma resta una figura attuale anche nel nostro contesto sociale e culturale. Come il Concilio non può essere ridotto a una serie di enunciati da conoscere e da preservare, così anche don Tonino non può essere confinato in una “morta ripetitività” di frasi e parole, diventate talvolta solo slogan che hanno il sapore di qualcosa che non ci appartiene e che, probabilmente, così come sono ridette da noi, non colgono il vero pensiero di don Tonino.

Certo, tra noi e lui, vi è una “distanza temporale” che rende differente il clima e i compiti che dobbiamo assolvere nel nostro tempo. Sappiamo però che «il tempo non è innanzitutto un abisso che va valicato poiché ci separa e ci tiene a distanza, [ma] in verità è il fondamento che sostiene ciò che giunge e dove la comprensione affonda le sue radici […]. Quello che conta in verità è riconoscere nella distanza del tempo una possibilità positiva e produttiva di comprensione» (H. G, Gadamer, La philosophie herménetique, Presses Universitaire de France, Paris 2001, pp. 81-82).
In questa prospettiva, occorre evitare che il riferimento alla persona e al messaggio lasciatoci da don Tonino scivoli nell’ovvio e, progressivamente, si trasformi in una “fiera delle banalità” fino a diventare altra cosa rispetto al vero suo intendimento. Coloro che si richiamano al suo esempio dovrebbero mantenere una vigile attenzione e incamminarsi in una triplice direzione: tornare alle radici delle questioni che hanno appassionato e nutrito la riflessione di don Tonino, all’impostazione dei problemi al di là delle conclusioni da lui raggiunte, senza mai sentirsi soddisfatti dei risultati ottenuti; far emergere, in una sapiente e faticosa ricostruzione storica l’originalità del suo pensiero, mettendo possibilmente in luce il “nucleo generatore”, il corpo centrale delle sue intuizioni fondamentali; non rinunciare di far germogliare quella potenza innovativa e creativa che affonda le sue radici in un amore alla terra e all’uomo considerati nella luce della redenzione compiuta dal mistero pasquale di Cristo.

È questo il compito al quale, le nostre due Chiese, in modo particolare, che per un dono di grazia sono chiamate ad essere “custodi e interpreti qualificati del suo messaggio”, dovrebbero dedicarsi; un compito questo, vale la pena di sottolinearlo e di ribadirlo, arduo e complesso, perché l’analisi dei concetti richiede inscindibilmente la testimonianza della vita. Come avviene per coloro che si impegnano per realizzare una corretta ermeneutica del Concilio, così anche noi saremo veri interpreti del suo magistero se, come lui, daremo forma alla parola trasformandola in gesti eloquenti e seducenti.
Ci domandiamo allora in che senso don Tonino è stato e rimane un “vescovo secondo il Concilio”? Domanda, questa, che presuppone l’aver compreso, almeno in parte, che cosa sia stato il Concilio! Ovviamente, non è questo il luogo più appropriato per rispondere in modo esauriente a temi così complessi. Possiamo però, incamminarci lungo il sentiero della risposta. Anche perché, a 50 dal Concilio e a 20 dalla morte di don Tonino, abbiamo l’imprescindibile dovere di vivere nel solco che è stato tracciato.

Per comprendere il legame tra don Tonino e il Concilio Vaticano Il, possono aiutarci tre immagini che fanno parte del suo vocabolario e che, potremmo proporre come “l’etica delle tre esse”: sentinella, servo, samaritano. Possiamo considerare queste tre parole come “temi generatori” del suo pensiero, quasi fossero note fondamentali di uno spartito musicale nel quale la modulazione degli accordi e delle improvvisazioni si basa sulla capacità di mantenere fermi i suoni dominanti; tre parole che diventano accorate esortazioni e imperativi seducenti.
Essere sentinelle del mattino. È un compito, questo che invita a prendere in seria considerazione «il dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, (essa) possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico» (Gaudium et spes 4). Insomma, per dirla ancora con una espressione di don Tonino occorre che il cristiano si immerga “nelle vene della storia”.

Diventare servi. È la stessa costituzione pastorale della Chiesa nel mondo contemporaneo a rilevare che «nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito» (Gaudium et spes, 3). L’immagine della “Chiesa del grembiule” ha una grande forza evocativa e una forte risonanza anche nel nostro tempo. Sempre che si intenda il servizio come un impegno a mantenere il legame tra verità e carità, professione di fede e testimonianza di vita, passione per Dio e passione per l’uomo (pati divina e pati humana).
Agire come il buon samaritano. È l’immagine evangelica proposta anche da Paolo VI nel discorso di chiusura del Concilio. Queste le sue indimenticabili parole: «L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo …]. Il suo atteggiamento è stato molto e volutamente ottimista. Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno. Riprovati gli errori, sì; perché ciò esige la carità, non meno che la verità; ma per le persone solo richiamo, rispetto ed amore. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette» (Paolo VI, Discorso di chiusura del Concilio Vaticano II, 7 dicembre 1965).

I continui richiami di don Tonino ad essere “sentinelle del mattino” e “Chiesa del grembiule” trovano nello stile del buon samaritano la loro forza originante. Può essere semplicistico, e forse un po’ riduttivo, raccogliere il suo pensiero in una sola espressione. A mio parere, però, il messaggio di don Tonino si può riassumere con la frase che egli pronunciò nell’ultima messa crismale: ti voglio bene!
Apparentemente essa può sembrare una frase semplicistica, ma se consideriamo che è stata pronunciata nel contesto del triduo pasquale mentre era in corso la sua malattia mortale, essa assume il sapore di un testamento spirituale, fino a rappresentare una traduzione semplice e facilmente comprensibile delle parole di Gesù riportate nel Vangelo di Luca: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa pasqua con voi prima della mia passione» (Lc 22,15). L’espressione “Ti voglio bene” manifesta l’ardore e l’amore di don Tonino per Cristo, per la Chiesa e per il mondo. In queste poche parole, è condensato il suo programma attinto dal Vangelo, confermato dal Concilio e testimoniato nella vita, fondendo in unità la sua con la Pasqua di Cristo e la Pasqua dell’umanità.

A questa mensa pasquale siamo invitati a sederci anche noi. Comprenderemo allora il valore di questo lascito spirituale dove la parola conserva la carica della passione per Dio e per l’uomo, la passione genera un legame, il legame diventa una comunanza di vita e questa si dipana in una storia: la storia della salvezza che passa da Dio all’uomo e dall’uomo a uomo, si radica in un concreto contesto sociale ed ecclesiale donando bellezza e luminosità alle cose e alle persone facendo brillare i volti per la meraviglia di sogni che si avverano sotto i nostri occhi; occhi incantati per il rifulgere nella vita, spesso grigia e opaca, di un inatteso e incantevole splendore; lo splendore della santità che si irradia dalla maestosa regalità di Cristo e si riflette in quei testimoni che, come don Tonino, considerano le cose del mondo come una spazzatura e desiderano solo guadagnare Cristo.
Si, cari fratelli e sorelle, sia questo anche il nostro più intimo desiderio e la più profonda aspirazione: guadagnare Cristo. Allora, forse potremo intravedere il volto di don Tonino illuminarsi di una nuova luce; la luce che emana dal nostro desiderio di imitare il suo esempio. In questa aspirazione ad assimilarci a Cristo per dare la vita al mondo (pro mundi vita) apparirà forse più chiaro il fascino di un messaggio proposto con una dolcezza irresistibile e accattivante.

Omelia pronunciata da Mons. Vito Angiuli, vescovo di Ugento-S. Maria di Leuca, il 18 novembre 2012, nella Cattedrale di Molfetta, in occasione del Pellegrinaggio della Comunità di Ugento-S. Maria di Leuca, nel 30° dell’ordinazione episcopale di don Tonino

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