Don Tonino, pastore perché testimone

vescovo-mons-luigi-martella-2La diocesi di Molfetta Ruvo Giovinazzo Terlizzi oggi vive un momento altamente significativo: si raccoglie intorno al suo indimenticato e amato pastore, il Servo di Dio, don Tonino Bello. È un abbraccio che avviene nel suo paese natio, Alessano, ad un passo dalla casa dove è nato, nella chiesa dove è stato battezzato ed ha ricevuto gli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana, dove è stato ordinato sacerdote e dove tante volte ha presieduto l’Eucaristia e ha spezzato il pane della Parola.
Grande è l’emozione e il fremito dell’anima di noi tutti, emozione che ha toccato il momento clou questa mattina, quando ci siamo radunati in preghiera attorno alla sua tomba nel cimitero, anch’esso a poche centinaia di metri da qui.

Tante altre volte, gruppi spontanei e parrocchiali, ma anche famiglie e persone singole, della nostra diocesi, sono venute qui per rendere omaggio all’amato pastore. Questa volta, però, in forma ufficiale, insieme a me, indegno successore, che proprio oggi ricorda il 12° anno dell’ingresso in quella che è stata la sua stessa diocesi. È per me un dono straordinario festeggiare così tale ricorrenza. Ma si dà pure il caso che domani 18 marzo, ricorra il 78° genetliaco di don Tonino.
Non per questo, tuttavia, siamo qui, bensì per ricordare il ventesimo della sua dipartita da noi. Circa un mese ci separa da quella data, 20 aprile 1993 – 20 aprile 2013.

Grazie innanzitutto a Lei, Eccellenza, per aver pensato e condiviso questo scambio. In realtà, la nostra visita segue quella che Ella ha compiuto il 25 novembre scorso a Molfetta, insieme ad una folta rappresentanza della diocesi ugentina. Perciò il nostro grazie si allarga a tutta la Chiesa di Ugento-Santa Maria di Leuca, e in particolare alla città di Alessano, consapevole del privilegio di aver dato i natali ad un figlio che ha reso alla chiesa  e al mondo una testimonianza evangelica tanto luminosa. Cari amici, non porto con me notizie a sorpresa circa le prospettive del processo di beatificazione; lasciamo tutto questo ai tempi della Provvidenza. Noi, certo, non mancheremo di fare tutta la nostra parte, ma i “beati” e i “santi” non siamo noi a proclamarli, bensì lo Spirito attraverso il discernimento della Chiesa. So, però, che per essere santi occorre vivere in maniera eroica le virtù teologali: la fede, la speranza e la carità. E don Tonino fu certamente un testimone di fede convinta, di speranza solida, di carità operosa. La testimonianza di don Tonino si rispecchia nell’affermazione di Paolo ai Filippesi, seconda lettura di questa celebrazione: «Fratelli, tutto io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3, 8-9).

Occorre prendere le mosse dal ruolo centrale attribuito da lui alla fede, se si vuol comprendere mons. Bello; se si vuole esprimere un giudizio di merito corretto circa la capacità del vescovo di incidere nell’immediato; se si vuole valutare oggi, alla distanza, in modo congruo e libero da pregiudizi e passioni, quanto ha lasciato in eredità spirituale e umana. E se si vuole capire perché il patrimonio morale e spirituale, che egli ha lasciato a noi, ha dato tanti frutti ed è ancora in grado di produrne tanti altri. Non si può non riconoscere, infatti, che egli sia come una radice feconda che alimenta l’albero di numerosi operatori di bene, e nello stesso tempo, sia sempre linfa di nuova speranza. Evidentemente, questo è segno di quanto profondamente il messaggio della sua vita abbia raggiunto il cuore e la mente di tutti.

Don Tonino è sostenuto da una convinzione di base, e cioè che a ogni fede autentica debba corrispondere un coerente impegno pratico, i cui effetti siano visibili anche al di fuori della comunità dei credenti. E come se dicesse: «Essere forza e fermento sociale per noi cristiani significa innestare  nel cammino della storia sempre più profondamente il vangelo». Se il fulcro della vita di un cristiano è il vangelo, la sua naturale espressione è la storia, e se il compimento del vangelo è la risurrezione, l’appello etico che proviene dalla fatica quotidiana è quello di produrre dentro la storia stessa momenti di riscatto, «pasque di risurrezione» umane. È quanto avviene all’adultera del vangelo di oggi: guarita nelle sue ferite umane e morali, e fatta poi risorgere a nuova vita da Gesù.

Di certo egli possedeva la capacità di illuminare, di suggerire orizzonti, di indicare strade sulle quali ciascuno potesse inscrivere la propria parabola umana e cristiana. L’intero ministero di don Tonino si può dire che sia stato orientato verso una direzione chiara: la carità. La carità come vita nella fede, come insegna Benedetto XVI, il quale nel messaggio per la quaresima di quest’anno sottolinea lo stretto rapporto tra fede e carità: «Queste due virtù teologali – afferma il Pontefice emerito – sono intimamente unite ed è fuorviante vedere tra di esse un contrasto o una ‘dialettica’». Il vangelo che don Tonino ha annunciato è il vangelo della carità. È questo il filo rosso e resistente che lega i suoi interventi, che ha creato rete e reti, che ha contagiato, che ha suscitato consensi. Il pastore che arriva in diocesi e sostiene che la «buona notizia che porta, fresca di giornata, è Gesù Cristo, unico Signore», pone le premesse di un impegno radicale e senza riserve alla coerenza evangelica e alla necessità esistenziale di dare senso a ogni gesto piccolo o grande. I piani pastorali che seguiranno negli anni a venire, acquistano significato se letti in questa prospettiva fondativa.

In essi, infatti, egli ha saputo intercettare i vari filamenti culturali, sociali, spirituali della nostra epoca travagliata e confusa e li ha ritessuti nel disegno della fede cristiana il cui progetto non è alternativo e repulsivo rispetto alla vicenda umana, anzi, è destinato ad incarnarsi in essa, sia pure con la sua identità e originalità, simile a un seme che opera e fruttifica, a un lievito che trasforma e trasfigura. Si evince tutto questo, già dai titoli principali di tali piani: Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi (1984); Insieme per camminare (1986-87). Anche se non immediatamente espressi, potremmo dare un titolo pure agli altri programmi degli anni successivi: Camminare nella storia come icona della Trinità (1988-89); Farsi condurre dal Signore (1989-90). C’è poi il programma pastorale del 1993-94, l’ultimo, che si articola sul tema delle comunità che fioriscono attorno a Cristo Signore. Questi programmi pastorali rappresentano alcune delle tappe per una mobilitazione delle coscienze, per un dispiegamento progressivo dell’attitudine ad essere cristiani coinvolti, adulti, responsabili di sé e del mondo, chiamati alla continua trasformazione interiore, che viene dalla conversione del cuore e quindi, dal «rendere ragione della speranza» che è nel cuore dei credenti.

Quest’anno ricorre pure il decimo anniversario dell’Esortazione apostolica di Giovanni Paolo II, Pastores gregis, pubblicata in seguito alla celebrazione del Sinodo sui vescovi l’anno precedente (2002) e che aveva come tema Il Vescovo servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo. Nella prima parte il documento tratteggia la figura del Vescovo e del suo ministero, un ministero che egli compie con la parola e con l’esempio. «Si potrebbe dire – afferma il documento – che, nel Vescovo, missione e vita si uniscono in maniera tale che non si può più pensare ad esse come a due cose distinte… È nella testimonianza della nostra fede che la nostra vita diventa segno della presenza di Cristo nelle nostre comunità» (n. 31). Una regola che vale per tutti i battezzati, per la verità, ma in maniera più pregnante per i pastori della Chiesa.
È l’aspetto più qualificante della testimonianza di don Tonino, il quale operava spinto non da un senso umanitario, bensì in nome di quella carità cristiana che smuove e non permette indugi: Caritas Christi urget nos!

Già il Concilio Vaticano II, nella Lumen Gentium aveva puntualizzato in maniera chiara ed efficace la missione del successore degli apostoli: «Il Vescovo, – afferma la Costituzione sulla Chiesa – mandato dal Padre di famiglia a governare la sua famiglia, tenga innanzi agli occhi l’esempio del buon Pastore, che è venuto non per essere servito, ma per servire (cfr Mt 20,28; Mc 10,45) e dare la sua vita per le pecore (Gv 10,11» (n. 27). Un insegnamento che don Tonino ha interiorizzato, assimilato e vissuto in maniera straordinaria ed esemplare.

Oggi, potremmo dire, che don Tonino abbia interpretato molto bene il compito della “nuova evangelizzazione” e del nuovo evangelizzatore. Il Sinodo recente, dell’ottobre scorso, ha delineato con cura non solo gli obiettivi, ma anche lo stile della nuova evangelizzazione e del nuovo evangelizzatore, a cominciare proprio dall’uomo di Dio.
In uno degli interventi un padre sinodale, a proposito della missione episcopale ha affermato: «Il vescovo non può rinunciare all’esercizio del carisma che lo impegna come evangelizzatore. È assistito dallo Spirito Santo che è colui che incoraggia, propone e crea nuove modalità di trasmissione della fede nel deserto spirituale che l’umanità attraversa… Egli non evangelizza per piacere né per strategia, bensì perché è stato chiamato e inviato» (Mons. Iulio Hernando Garzía Pelaez, vescovo di Istmina – Tadó – Colombia).

Quando don Tonino ha lasciato questo mondo, erano ancora passati pochi anni dal lancio della prospettiva da parte di Giovanni Paolo II, quella appunto della “nuova evangelizzazione”. Non ancora, perciò, era un tema diffusamente messo a fuoco, ma don Tonino già operava in tal senso. Nel mondo di oggi si può evangelizzare grazie ai veri testimoni della fede ma anche grazie agli autentici pastori. E lui era una cosa e l’altra: testimone e pastore. Pastore perché testimone. Nella sua persona abbiamo avuto il dono di una coraggiosa guida nel nostro mondo difficile e inquieto. Don Tonino non si è risparmiato in tutto il suo ministero di vescovo perché voleva che la verità di Cristo – Signore e Redentore dell’uomo – giungesse a tutti, a quelli che credono e a quelli che non credono, come anche a quelli che hanno dimenticato di essere cristiani nel deserto spirituale, dove l’uomo vive come se Dio non ci fosse.
In ogni caso quanto proponeva mons. Bello non era solo un programma pastorale, bensì la sua stessa vita. Proposta ed esperienza di vita in lui si compenetravano a vicenda. Un esempio in cui la parola prendeva forza dall’azione e l’azione diventava parola incisiva e credibile. Sicché parlare di Dio per don Tonino è il punto di partenza decisivo. Egli ha parlato di Dio in ogni occasione con tutta la sua persona e con tutta la sua vita, aprendo un cammino di comunione.§

Cerchiamo di mantenerlo vivo fra noi, anzi, continuiamo a mantenerlo vivo, come testimone che ci parla di Dio. Egli ha parlato di molte cose, è vero, ma soprattutto ha parlato di quel Dio che nel suo Figlio ci dona la realtà di una comunione fraterna, il desiderio e la fragranza di cose belle, genuine, alte, incorruttibili.
Sicuramente, egli sarebbe stato contento di quanto i Padri sinodali hanno scritto nel messaggio, a conclusione del Sinodo, nell’ottobre scorso: «Un segno di autenticità della nuova evangelizzazione ha il volto del povero… Perché nel volto del povero risplende il volto stesso di Cristo: “Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). E come, oggi, si sarebbe sentito in sintonia con Papa Francesco, il quale, proprio ieri, nell’incontro con i giornalisti, tra l’altro, ha affermato: «Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!». Un tema, questo, come sappiamo, molto caro a don Tonino, dove traspare l’esigenza di una Chiesa evangelizzatrice, completamente vincolata al suo Signore, che si traduce nel dono totale di sé, in uno stile di vita sobrio, umile, spoglio, gioioso, appassionato, audace.

Omelia pronunciata da Mons. Luigi Martella il 17 marzo 2013, nella Chiesa di Alessano, in occasione del Pellegrinaggio della Comunità di Molfetta Ruvo Giovinazzo Terlizzi, nel 20° della morte di don Tonino

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *