Deceduto don Mimmo Amato, instancabile animatore della fase diocesana del processo di canonizzazione di don Tonino

donmimmo Nemmeno l’intervento neurochirurgico ha potuto scongiurare la sua morte.
I funerali sono stati celebrati martedì 6 ottobre, esattamente a tre mesi dalla morte del Vescovo Mons. Luigi Martella, alle ore 16,30 nella Cattedrale di Molfetta, presieduti da Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo metropolita di Bari-Bitonto e Presidente della Conferenza Episcopale Pugliese.

Riportiamo il ricordo del suo operato nella Postulazione (pubblicato su Luce e Vita n.91 del 1° Novembre 2015)

“Una biografia dell’anima” Il sogno di una Chiesa estroversa

di Franca Maria Lorusso

La pagina bianca fa un po’ paura. Quando poi si tratta di scrivere di un sacerdote, amico e maestro con cui si è fatto un tratto di strada insieme e che è stato strappato prematuramente alla vita, tutto diventa più difficile. In vita molti hanno conosciuto mons. Domenico Amato, chi come parroco, chi come docente o come direttore del settimanale Luce e Vita. Ma, solo dopo la sua prematura scomparsa, la gran folla che ha partecipato alle esequie, i vescovi arrivati da ogni dove, le testimonianze commosse, gli innumerevoli messaggi sui social network scritti dagli alunni, dai parrocchiani, dai seminaristi, dagli amici, da laici e sacerdoti di ogni parte d’Italia, ci hanno restituito l’immagine di un sacerdote “a tutto tondo” che ha speso tutta la sua esistenza per una chiesa “estroversa”, capace di uscire dal perimetro del sacro e attraversare la navata del mondo. E don Mimmo, come affettuosamente tutti lo chiamavano, l’ha fatto con il suo temperamento placido e leale, percorrendo tutte le strade, anche quelle più tortuose e delicate, anche attraverso l’incarico di vice postulatore nel processo di canonizzazione di don Tonino Bello a cui era stato designato nel 2008 da mons. Luigi Martella. Una missione tra le più complesse per l’incredibile mole di lavoro e soprattutto per il forte coinvolgimento emotivo vista la lunga storia di amicizia e di fedeltà sacerdotale che lo legava al Servo di Dio.

Si sa, l’iter di canonizzazione richiede pazienza, cura, prudenza e procede a passi lentissimi e cadenzati, come quelli che si fanno in montagna: uno dopo l’altro, spesso in salita, faticando senza mai fermarsi. Ebbene, oggi possiamo dire a gran voce e senza falsa retorica che se il processo ha avuto una propulsione e un’accelerazione nella fase diocesana è stato soprattutto grazie alla diligenza di don Mimmo e alla sua fatica “poderosa” di raccolta e catalogazione degli scritti e dei manoscritti del Servo di Dio, delle tantissime testimonianze giunte a Molfetta dopo l’Editto, delle segnalazioni di grazie e miracoli, di tutto l’apparato probativo utile all’inchiesta e ai membri del Tribunale diocesano.

Si è trattato di un impegno durissimo d’investigazione storica e teologica, di ricerca di prove e testimoni per implementare il processo, scandagliando l’hic et nunc della quotidianità del Servo di Dio per cercare tracce delle virtù eroiche e della fama di santità.

Come dimenticare l’affabilità e la mansuetudine, la bontà e la capacità di diffondere intorno a sé un clima di serenità, anche nei momenti più impegnativi dell’inchiesta diocesana? Come dimenticare la sua operosità? Mons. Amato aveva un ritmo di lavoro incredibile, non si concedeva soste, ma col sorriso sulle labbra e con molta umiltà era sempre disposto ad appianare le difficoltà, anche le più spicciole spesso legate alla logistica, agli spostamenti da una città all’altra dei membri del tribunale per favorire la raccolta delle prove ed escutere i testimoni.

Roma, Lecce, Alessano, Ferrara, Palermo: l’infaticabile don Mimmo in ogni trasferta era sempre al volante e il viaggio era occasione per parlare di santità e della carica profetica di don Tonino, per raccontare aneddoti della bella amicizia che lo legava al Servo di Dio. La tenace passione di don Mimmo per la causa di beatificazione di don Tonino, infatti, sicuramente poneva velatamente le sue radici in quell’amicizia e nella frequenza quotidiana con quel vescovo straordinario che lo aveva voluto al suo fianco come rettore del Seminario minore. “Ogni sua parola, ogni suo gesto, ogni suo sguardo rimangono custoditi nel mio cuore come perla preziosa di vero maestro e di sincero amico”, scriveva nella sua ultima fatica editoriale pubblicata nel 2013.

Una biografia di mons. Bello, in cui don Mimmo si destreggia con disinvoltura esibendo una documentazione sempre attenta, storicamente solida, criticamente irreprensibile, con una preoccupazione costante: non scadere in un’esaltazione apologetica, ma tratteggiare il volto di don Tonino, maestro credibile ed efficace perché prima di tutto testimone dell’Amore che prende forma, che si organizza, che è attento alle situazioni concrete, che crea e prende posizione in tutti gli aspetti della vita personale e comunitaria. Senza infingimenti e carrierismi, ma solo per costruire una chiesa che odora di popolo e di strada, in grado di versare olio e vino sulle ferite degli uomini di oggi.

Che ciò sia stato la spina dorsale dell’essere prete di don Mimmo, anche a caro prezzo, è sotto gli occhi di tutti. Come pure è indubbio che quest’anelito ha indirizzato il suo duro lavoro di vice postulatore aiutandolo a traghettare con successo la causa dalla fase diocesana a quella romana, con la stessa commozione con cui, con altri confratelli, quel tiepido pomeriggio primaverile del 1993, traghettò singhiozzando le spoglie mortali di don Tonino dalla cattedrale alla piazza.

Ora don Mimmo contempla il suo Dio ed è nella gloria dei Santi e in particolare dei Santi della sua diocesi. Don Tonino, di certo, gli è corso incontro.

 

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