Don Tonino, vero pastore

Cari Fratelli e care sorelle,
sono lieto di ritrovarmi con voi e insieme a voi ricordare l’indimenticato vostro pastore, don Tonino Bello. Ci affideremo alla Parola del Signore perché ci sia di luce e guida in questa nostra commemorazione. La parola di questa celebrazione pone dinanzi alla nostra intelligenza credente il tema della sapienza e della croce o, se preferite, il tema della sapienza della croce. Certamente, come dice la prima lettura, Dio conosce il nostro limite e noi siamo consapevoli della precarietà e insufficienza della nostra ragione per cui talvolta facciamo fatica a fare nostra nella sua pienezza una tale sapienza. Ci venga incontro la preghiera di “Colletta” con la quale abbiamo invocato dal Signore il dono della sapienza e la forza del suo Spirito: “O Dio, tu sai come a stento ci raffiguriamo le cose terrestri, e con quale maggiore fatica possiamo rintracciare quelle del cielo; donaci la sapienza del tuo Spirito, perché da veri discepoli portiamo la nostra croce ogni giorno dietro il Cristo tuo Figlio”. La pagina del Vangelo, come abbiamo ascoltato, contiene una parola severa e impegnativa di Gesù, che è rivolta a tutti: (“Una folla numerosa andava con Gesù”), ma che identifica subito chi sarà il suo discepolo “«Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo» (Lc 14,27). Il Maestro chiede ai suoi di lasciare tutti – persino le persone più care – e tutto per potergli andare dietro. Il Signore mostra il volto del vero discepolo, quello che abbraccia la propria croce dietro a lui, che fa il cammino di una vita nuova che porta ad amare tutti e tutto, ma in Lui e per Lui. È la traduzione evangelica del primo e più grande dei comandamenti: amare Dio con tutto se stessi e il prossimo come se stessi. Se Gesù comanda l’amore, la sua Pasqua ne è il paradigma: pronti a dare la vita come lui ha dato la vita per noi. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”, ci ricorderà Giovanni l’Evangelista. Unica è la legge dell’amore (morire per l’altro), ma per ognuno la croce è data dalla storia delle relazioni, degli affetti, delle vicende e dei sentimenti. In ogni storia, anche la più ordinaria e piccola, la croce riconduce all’amore pasquale di Gesù. È a questo modello di discepolo di Gesù che accostiamo la cara figura del Servo di Dio, Mons. Tonino Bello, che pure, in questa celebrazione, commemoriamo con la preghiera e la riflessione. Con la sua grande forza ed efficacia comunicativa, ma soprattutto con la testimonianza del suo ministero, reso ancor più fecondo dal lungo periodo della grave malattia, il vescovo don Tonino ci ha mostrato come la realtà della croce sia una componente ineludibile della vita umana. Ogni croce, grande o piccola, fisica o morale, è compagna di tutti i giorni nella consapevolezza che, se accolta e amata, diventa strumento di pace, di gioia, di intima comunione con il Signore. Il Vangelo vissuto assomiglia ad una torre enorme costruita senza ricchezze, ad una guerra vinta in modo eroico perché in pochi contro tanti. La grande impresa e la grande battaglia sono l’immagine del discepolo di Gesù che deve rinunciare a tutti i suoi mezzi, avendo forza nel totale abbandono alla potenza di Dio. Una cosa così grande non è umanamente possibile, per questo l’essere discepoli è dono di Dio, guadagno della sua grazia. Non si è discepoli per quello che sappiamo, possiamo e riusciamo a fare, ma perché Lui viene a salvarci e a guidarci nella vita dello Spirito. Prendere la croce, accettare di portarla, affidarci a Dio per averne la forza, è desiderare con tutto il cuore di fare la volontà di Dio Padre. Significa scegliere Dio e farne il tutto della vita. Questo non ci rende poveri, ma liberi e accompagnati dalla promessa di una ricchezza straordinaria che moltiplica gli affetti e le relazioni nella misura del centuplo promesso dal Signore già nel presente e la vita eterna nel mondo che non finisce e che supera lo sgomento della morte. Se la chiamata a portare la croce è per ogni discepolo, ancor più lo è per il pastore – per il vescovo – chiamato a farsi uno con Cristo Buon Pastore, sacerdote e vittima e a rafforzare questa unità specialmente quando celebra l’Eucarestia, ripresentazione del sacrificio della croce. È noto che Mons. Bello aveva collocato il suo tavolo di lavoro nella cappella dell’episcopio, alla presenza dell’Eucarestia, perché da lì tutto doveva partire e lì tutto doveva convergere, nel pensiero e nell’azione pastorale. È nell’Eucarestia che il Signore della gloria assume per noi il nascondimento, l’umiltà, la debolezza, la povertà della croce e ci convince a seguirlo sulla via che egli stesso ha percorso, rinunciando all’autoaffermazione, al prestigio, alla sicurezza, al potere, al possesso, al piacere immediato e perfino al facile successo pastorale. Chi accetta di caricarsi della propria croce, per amore del Signore, in realtà insieme a Lui stringe in un abbraccio universale tutta l’umanità per riportarla alla comunione con Dio Padre. Mentre il mondo rifiuta la croce come pura assurdità della vita, noi invece rimaniamo ammirati dai santi che sono stati capaci di comprendere la croce e vivere il mistero di morte e resurrezione in essa contenuto. Amandola fino a preferirla, hanno sperimentato l’apertura della loro vita ad una più profonda comunione con Dio e con i fratelli tutti. Questo, soprattutto, è l’esempio e il modello dei santi. Don Tonino, da vero pastore che ama le sue pecore, non ha mai mancato di guidare quanti erano a lui affidati, specialmente i giovani, a vedere nella croce di Cristo non il fallimento e il precipitare nel nulla, ma “una collocazione provvisoria”, vigilia della risurrezione. Da qui la fiducia e l’energia a prenderci cura di quanti in diversi modi sono oggi inchiodati alla croce del rifiuto, dell’emarginazione, della povertà, della violenza. È nei loro confronti che il discepolo del Signore, sul suo esempio, indossa “il grembiule del servizio”, creando ponti di amicizia e di fraternità. Quando un sacerdote, un vescovo, vive così, allora viene riconosciuto dalla gente come segno visibile e presenza sacramentale di Cristo Pastore. Nella misura in cui è contemplativo e attivo nello stesso tempo, impegnato ad amare e a servire in unione con Cristo, in modo che gli uomini si sentano amati e raggiunti da Cristo stesso attraverso di lui, allora è percepito come autentico testimone del Maestro. Faccio mio e rinnovo l’augurio che vi ha lasciato Papa Francesco dinanzi alla tomba di don Tonino: “In ogni epoca il Signore mette sul cammino della Chiesa dei testimoni che incarnano il buon annuncio di Pasqua, profeti di speranza per l’avvenire di tutti. Dalla vostra terra Dio ne ha fatto sorgere uno, come dono e profezia per i nostri tempi. Imitiamo don Tonino, lasciamoci trasportare dal suo giovane ardore cristiano, sentiamo il suo invito pressante a vivere il Vangelo senza sconti”. In questo nostro pellegrinaggio terreno, ci è di esempio e di stimolo la Vergine Maria, stella del nostro cammino. Maria è la più vicina a Dio e la più vicina ai peccatori. Celebriamo con gioia domani Maria come Madonna dei Martiri e anche la sua Natività. La Natività di colei definita «speranza e aurora di salvezza al mondo intero». Aurora che precede il sole che è Cristo Salvatore. E se la vocazione di Maria è quella di essere la Madre, la nostra è quella di essere i fratelli. Concludo con le parole del Vescovo Tonino Bello, grande innamorato della Madonna: “Santa Maria, Vergine del mattino, donaci la gioia di intuire, pur tra le tante foschie dell’aurora, le speranze del giorno nuovo… Santa Maria, Vergine del meriggio, donaci l’ebbrezza della luce… Santa Maria, Vergine della sera, Madre dell’ora in cui si fa ritorno a casa e si vive la letizia di sedersi a cena con gli altri, facci il regalo della comunione… Santa Maria, Vergine della notte, noi t’imploriamo di starci vicino quando incombe il dolore… E sveglieremo insieme l’aurora. Così sia”.

 

 

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