IL SACERDOTE UGENTINO

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Don Tonino (il quarto da sinistra), con i seminaristi di Ugento, il Vescovo e altri sacerdoti

Da subito la collaborazione fra don Tito, rettore, e don Tonino, vicerettore, si rivelò proficua: fra loro vigeva un’intesa implicita, che non aveva bisogno di troppe parole, ma che si coglieva all’esterno e che li fece ribattezzare i Santi Medici. Il loro insegnamento era imperniato su una robusta pedagogia dei valori, scevra da ogni compromesso e giovanilismo: si trattava di far scoprire, amare, vivere i valori con gioia, con entusiasmo, con prontezza, incarnandoli e vivendoli.
Tale rigore don Tonino lo riservava anzitutto a se stesso, consapevole di dover smussare le spigolosità del suo carattere che attendevano redenzione, perché l’incontro col Signore della Vita fosse pieno e completo. Si legge in un suo scritto del 2 aprile 1962: «Sono un impasto di mansuetudine e di ira, di superbia e di modestia, di bontà e di durezza. Sono un intruglio di fervore e di frigidezza, di dissipazione e di raccoglimento, di slanci impetuosi e di apatica immobilità. Sono un polpettone di carne e di spirito, di passioni indomite e di mistiche elevazioni, di ardimenti coraggiosi e di depressioni senza conforto. Dio mio, purificami da queste scorie in cui naviga l’anima mia; fammi più coerente, più costante. Annulla queste misture nauseanti di cui sono composto, perché io ti piaccia in tutti, o mio Dio».

L’istintiva e quasi spontanea destrezza nell’educare non deve far pensare ad un’improvvisazione, anzi, in questo processo erano implicate le più efficaci e profonde ispirazioni pedagogiche. Racconta don Tito che i tre principi di don Bosco – ragione, religione, amorevolezza – uniti al suo metodo preventivo, permeavano tutte le loro intenzioni e azioni. Don Tonino non dimenticava mai di far leva sul positivo, la gioia (servite Domino in laetitia) e l’impegno (ad maiorem Dei gloriam) erano costanti sempre attuate e attuali. Avviluppati da questo clima di ‘perfetta letizia’, davvero, si dichiarava guerra ad ogni torpore spirituale: «Scrupoli e malinconia fuori da casa mia». La massima di San Filippo Neri era il motto del seminario.

Postulazione don Tonino image-biografy-page (8)Il nostromo di bordo – così don Tonino si autodefinisce in un breve scritto rivolto ai suoi seminaristi – apparso sul giornalino del Seminario Antenna, aveva cura e attenzioni per ciascuno, al punto che, chi le riceveva, sentiva di essere l’unico del suo cuore: don Tonino creava, cioè, con ciascuno un rapporto esclusivo. Nei confronti dei ragazzi affidatigli aveva le cure e le premure di un papà. Si rivolgeva ai suoi ragazzi chiamandoli i miei prodi e a tutti e a ciascuno singolarmente dava grande importanza, addirittura attribuendone una descrizione gustosa e simpatica e componendo veri e propri poemi, salutandoli con poesie, in cui raccontava l’assenza e la nostalgia dei volti, unita al desiderio di avvicinare le vacanze, il soggiorno estivo a Tricase porto, per poterli rivedere.

Come primizia, ai seminaristi, faceva capire e gustare la liturgia, che aveva appreso a Bologna alla scuola del Cardinal Lercaro. Lo attesta ciò che egli stesso scrive nel suo diario il 21 gennaio 1962: «Prima di mezzogiorno e poi anche verso le 15 e 30 sono stato in colloquio col Padre (un padre orientale che aveva dettato il ritiro ai ragazzi), che mi ha spiegato minutamente la liturgia di San Giovanni Crisostomo che stasera poi dovevo commentare durante la celebrazione dello stesso padre, in Cattedrale davanti a un pubblico numerosissimo e attento. Anche il Padre è rimasto contento della mia spiegazione e don Cosimino mi ha ringraziato in pubblico». E, ancora, è egli stesso a dichiarare di dedicarsi allo studio del Righetti riguardante il breviario.
Di quanto continuava a studiare, non faceva segreto, era, invece, bellezza da far brillare, ricchezza da condividere. Lo attesta il suo diario del ’60 dove si legge che don Tonino girava tra i sacerdoti e tra i laici per spiegare la Messa, in seguito alla prima riforma liturgica inaugurata dal Cardinal Lercaro. Le persone che lo circondavano, ma in particolare loro, i ragazzi del seminario, che con lui vivevano e da lui imparavano, respiravano già i fermenti che avrebbero poi approfondito durante il Concilio Vaticano II, erano già immersi in questo ‘lievito nuovo’.